Visualizzazione post con etichetta ANTIMAFIA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ANTIMAFIA. Mostra tutti i post

domenica 25 ottobre 2009

Palermo. Dava notizie di mafia:giornalista punita.

Palermo. Dava notizie di mafia:giornalista punita
domenica 9 agosto 2009 alle ore 11.35
PalermoDava notizie di mafiagiornalista punitaInserire notizie di crona-ca giudiziaria che riguardanopolitici sotto processo per ma-fia nella rassegna stampa rovi-na “i sani interessi aziendali”dell’Ast, l’Azienda Siciliana trasporti. Per questo motivola Giornalista Valeria Giarrus-so, dipendente dell’azienda, èstata sollevata dall’incarico direalizzare, appunto, la rasse-gna stampa. Nei suoi confron-ti il Presidente dell’Ast, Dario Lo Bosco, ha pure avviato unaContestazione “a tutela” della società. Questa la notizia, come riportata dalla Stampa del 6 agosto a pag.18. Non so se e con quanta evidenza altri quotidiani nazionali l’abbiano riportata, né tantomeno so come si siano comportati i giornali siciliani. Certo, nella stessa pagina della Stampa quel giorno la notizia più importante, titolo su quattro colonne e foto, era dedicata allo sciopero dei bagnini sulle spiagge di Rimini.Qualche settimana prima tutti i giornali avevano dedicato chi più chi meno ampi spazi al ricordo dell’eccidio mafioso in cui fu assassinato il giudice Paolo Borsellino. Ma, passato l’anniversario e la sua celebrazione, torna il silenzio. Fatti come quello della giornalista di Palermo rimossa dall’incarico perché inseriva notizie di cronache giudiziarie riguardanti politici sotto processo per mafia, sono invece ancora più gravi di un omicidio perpetrato, perché spiegano meglio e più di ogni indagine sociologica o di ogni inchiesta parlamentare, come e perché la mafia in Sicilia, malgrado tutti i colpi che Magistratura e Forze dell’Ordine continuano a infliggerle continui a prosperare. Ovviamente non conosco gli sviluppi dei fatti, ma mi piacerebbe apprendere che il Sig. Dario Lo Bosco sia stato rimosso dalla carica. In attesa, vorrei non essere il solo ad esprimere solidarietà alla Sig.ra Giarrusso: propongo che le rassegne stampa realizzate dai Comuni, dalle Provincie e dalle Regioni OBBLIGATORIAMENTE contengano notizie tratte dalle cronache giudiziarie locali o nazionali riguardanti la mafia.
P.S. Dopo una settimana, sempre da La stampa si è appresa che la mobilitazione registratasi in tutta Italia, ha fatto revocare l'annunciato trasferimento della giornalista

domenica 18 gennaio 2009

Menzogne su Borsellino di Salvatore Borsellino

Leggo sul sito dell'Espresso una lettera di Nicola Mancino titolata "Verità su Borsellino" nella quale Mancino continua piuttosto ad insistere nelle sue menzogne, o nel migliore dei casi, nelle sue croniche amnesie.. Ne riporto alcuni passi : "Escludo in maniera categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia (dal servizio del settimanale sembrerebbe con Riina tramite Ciancimino): nessuno dei vertici delle forze di polizia me ne parlò né chiese il mio parere....". Ora sul fatto che una "trattativa" ci sia stata credo che non ci sia ormai più ombra, di dubbio. Ci sono delle sentenze, dei processi e delle indagini in corso al riguardo e solo una persona in assoluto stato confusionale potrebbe affermare il contrario. Se ci sono dei punti controversi riguardano solo il fatto che la trattativa stessa sia iniziata dopo la strage di Via D'Amelio, come affermano Mori e De Donno che la trattativa condussero in prima persona con Vito Ciancimino, o se, come ha rivelato di recente Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, che per il padre faceva da corriere, tale trattativa sia iniziata a metà Giugno, dopo la strage di Capaci e quindi, come io sostengo da tempo e come adesso cominciano a ipotizzare anche i magistrati incaricati delle inchieste a Caltanissetta a Palermo e a Firenze, possa essere stata la causa scatenante dell'assassinio di Paolo e della sua scorta. Sarebbe più semplice per Mancino sostenere, come sostiene, soltanto che lui sia stato tenuto all'oscuro di questa trattativa, il fatto invece che escluda "in maniera categorica" che questa trattativa sia mai avvenuta non fa altro che mettere in evidenza la sua mala fede. Dice ancora Mancino : "Per quanto riguarda il mio presunto incontro con il giudice Borsellino il primo luglio 1992, giorno del mio insediamento al Viminale, ai magistrati di Caltanissetta, che mi interrogarono come testo nel 1998, ebbi a dire - e tuttora confermo - di non averne memoria - non conoscevo fisicamente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano pre congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino". Queste parole mi indignano, signor Mancino, la mano di Borsellino non era una mano qualsiasi tra tante altre, era la mano di un giudice che in quei giorni sapeva, come tutti gli Italiani sapevano, tranne lei a quanto pare, che era solo questione di giorni perchè arrivasse la sua morte annunciata, era la mano di un morto che camminava e lei non si può permettere di sostenere che "non conoscevo fisicamente quell giudice". Dovrebbe allora sostenere che dalla strage di Capaci in poi lei non abbia più letto i giornali o guardato la televisione, Paolo in quei giorni compariva in tutti i telegiornali e la sua fisionomia, la sua immagine, avrebbe dovuto essere stampata nella sua testa, come lo e era in quella di tutto il resto degli italiani. E ancora: "Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto nulla in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare". Forse farebbe meglio, signor Mancino, a continuare ad insistere sulla sua amnesia e non aggiungere altri particolari che rendono meno verosimili le sue affermazioni, oppure ci dovrebbe spiegare perchè il dott. Parisi avrebbe dovuto a ipotizzare che lei potesse avere qualcosa in contrario ad incontrare il dott. Borsellino, si trattava forse di una persona pericolosa o a lei poco gradita ? E poi : "non ho mai visto il fratello che pure ingiustamente mi accusa, adesso, di cinica indifferenza prima, - ma soltanto dopo molti anni dal tragico evento, di avere mentito sul fatto di non avere incontrato il fratello". Lei non mi avrà mai incontrato ma io ricordo di averla vista parlare negli anni immediatamente successivi al '92 al tristemente noto "Centro Borsellino" di Palermo e forse avrà notato una persona alzarsi dalla prima fila e allontanarsi dalla sala mentre lei, parlando di Paolo, asciugava una lacrima che riteneva le bagnasse gli occhi, quella persona era il fratello di Paolo Borsellino, una persona che non ha mai sopportato le ipocrisie dello Stato che, come alla Cattedrale di Palermo, si presenta a piangere le persone che ha contribuito a far si che fossero uccise. E infine : "mi riservo ogni azione penale nei confronti del signor Massimo Ciancimino, assurde ingiuriose e calunniose apparendomi le ammissioni di quest'ultimo (conoscenza delle trattative) nei confronti di chi, come me, si è opposto ad ogni ipotesi di trattativa sul caso Moro....". Forse farebbe meglio, on. Mancino, in qualità di vicepresidente del CSM, ad aspettare l'esito delle indagini e dei procedimenti in corso su questo argomento, a meno che le azioni che si riserva non sono le stesse azioni che il CSM ha espletato nei confronti di Luigi De Magistris, di Clementina Forleo o l'ultima, peggiore di ogni altra nei confronti del Procuratore Apicella, cioè dei veri e propria assassinii senza bisogno di tritolo.
Salvatore Borsellino

venerdì 17 ottobre 2008

SAVIANO:rimpiango il PCI ed il MSI che si battevano contro la mafia

Dal Corriere della Sera: Lo scrittore «Sulla criminalità una rimozione bipartisan»
Saviano: dico no alla politica che non parla più di mafia «Mi volevano dal Pd ad An. Ma non posso essere di parte»


ROMA — Roberto Saviano è ancora un ragazzo. E ogni tanto riesce anche a sorridere, con le labbra che si tendono su una faccia sempre più tesa, sempre più pallida. Quando racconta della presentazione di Gomorra ad Helsinki, con lo speaker che lo introduce come «Roberto Soprano», e i finlandesi che sono lì soltanto per via della serie televisiva americana, riesce pure a ridere di «loro». Li chiama così, «loro». I suoi nemici. Come se fosse una questione personale, tra lui e i mafiosi di Casal di Principe che lo hanno costretto ad una vita infame, da animale braccato. Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi. «È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d'animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?» Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione. Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l'autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso. «Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ». Chi è stato il più insistente? «Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda». Promessa mantenuta? «Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra». Altri pretendenti? «Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l'assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell'allontanare gli affaristi collusi con la mafia». Avanti con l'elenco delle avances. «Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l'Udeur prima che si dissolvesse». Destra, sinistra, centro. «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell'antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare». A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo. «Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni». Il più grande? «L'intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l'altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere». Dove vuole arrivare? «Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l'esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l'unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare». E invece? «Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan». Si è chiesto il perché? «È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l'idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente». Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe? «A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto». Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava? «Confesso l'ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All'inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione? «Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge». Se pensa al suo futuro, cosa immagina? «Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno». E la realtà? «Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l'operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l'unica certezza che ho».
Marco Imarisio Lo scrittore «Sulla criminalità una rimozione bipartisan» (dal Corriere della sera)
Saviano: dico no alla politica che non parla più di mafia
«Mi volevano dal Pd ad An. Ma non posso essere di parte»
ROMA — Roberto Saviano è ancora un ragazzo. E ogni tanto riesce anche a sorridere, con le labbra che si tendono su una faccia sempre più tesa, sempre più pallida. Quando racconta della presentazione di Gomorra ad Helsinki, con lo speaker che lo introduce come «Roberto Soprano», e i finlandesi che sono lì soltanto per via della serie televisiva americana, riesce pure a ridere di «loro». Li chiama così, «loro». I suoi nemici. Come se fosse una questione personale, tra lui e i mafiosi di Casal di Principe che lo hanno costretto ad una vita infame, da animale braccato. Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi. «È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d'animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?» Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione. Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l'autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso. «Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ». Chi è stato il più insistente? «Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda». Promessa mantenuta? «Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra». Altri pretendenti? «Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l'assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell'allontanare gli affaristi collusi con la mafia». Avanti con l'elenco delle avances. «Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l'Udeur prima che si dissolvesse». Destra, sinistra, centro. «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell'antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare». A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo. «Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni». Il più grande? «L'intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l'altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere». Dove vuole arrivare? «Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l'esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l'unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare». E invece? «Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan». Si è chiesto il perché? «È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l'idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente». Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe? «A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto». Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava? «Confesso l'ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All'inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione? «Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge». Se pensa al suo futuro, cosa immagina? «Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno». E la realtà? «Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l'operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l'unica certezza che ho».
Marco Imarisio
Fin qui l'intervista.Ora una considerazione personale. La Destra, quando parla di valori, deve, tra i valori da difendere, comprendere anche la lotta alla mafia.Non tanto per il ricordo del passato (il Prefetto Mori, ecc.) ma sopratutto per tutta una tradizione che viene dal MSI e dalle sue battaglie per la legalità che furono anche battaglie contro la mafia. Vorrei qui ricordare Angelo Nicosia, il giudice Borsellino e il giornalista Beppe Alfano, tutti cresciuti alla scuola del MSI e tutti a vario titolo impegnati nella lotta alla mafia. Riprendiamo le loro battaglie!