giovedì 12 aprile 2012

PROGRAMMA ELETTORALE de LA DESTRA per le elezioni Comunali di Alessandria del 6 e7 Maggio

ELEZIONE DEL SINDACO E DEL CONSIGLIO COMUNALE DI ALESSANDRIA 6-7 MAGGIO 2012
PROGRAMMA ELETTORALE DEL CANDIDATO SINDACO CLAUDIO PRIGIONE E DELLE LISTE “LA DESTRA” E “RI-VIVI ALESSANDRIA”
PREMESSA
Le prossime elezioni comunali non dovranno essere l’occasione per il ritorno al potere locale dell’invadente presenza della sinistra. Il potere opaco degli apparati politico-burocratici dei partiti di sinistra, cui durante i quasi 50 anni delle Giunte targate PCI-PSI era stata sottoposta la Città, riveduto in peggio nei 5 anni di amministrazione Scagni, non deve tornare a guidare la nostra Alessandria. La Destra, consapevole per i Valori e le Idee che rappresenta, di poter contribuire in modo determinante al raggiungimento di tale obiettivo ha ritenuto, in questa fase difficile e complessa della vita politica italiana e locale, di non doversi “intruppare” in una coalizione di centrodestra purchessia, senza un forte impegno sui seguenti punti programmatici:
A) In tema generale di pubblica moralità. L’ente dovrà dotarsi nei primi 60 giorni del mandato di un codice etico da applicare sia alle nomine negli enti di secondo grado, sia ai rapporti economici con imprenditori e professionisti;
B) In materia di assistenza alloggiativa. Impegno forte dell’Amministrazione affinché accanto alle già esistenti formule (contributo all’affitto, programmi di edilizia popolare, ecc. ) sia previsto lo sviluppo di un piano di costruzione di nuovi alloggi da assegnare in proprietà con la formula del Mutuo Sociale, al fine di dare concreta attuazione al principio costituzionale del diritto alla casa, come diritto alla proprietà della casa, di cui all’art. 47 della Costituzione;
C) In materia di risorse idriche. Impegno per una equa ed oculata gestione delle risorse idriche, per tutela sociale delle famiglie, contro la speculazione di un bene primario, l’acqua, che appartiene alla collettività intera e che, purtroppo è un bene limitato. Le aziende pubbliche che gestiscono e distribuiscono l’acqua devono rimanere pubbliche al 100%
D) In tema di servizi sociali. Ad un necessario mantenimento della spesa per i servizi sociali (asili nido, assistenza agli anziani, ai disabili, ecc.) quanto mai necessario e dovuto per fronteggiare la grave situazione di crisi economica che si dovrà affrontare nell’immediato futuro, deve accompagnarsi l’adozione del principio della “preferenza nazionale” per l’erogazione di tutti i servizi sociali di competenza dell’Ente, in modo che nessun cittadino italiano ne sia escluso. Si dovrà altresì in relazione al pagamento delle relative tariffe, introdurre un correttivo “familiare” per alleggerire il costo a carico dei nuclei familiari numerosi o nei quali sia presente un anziano o un disabile (non ricoverati in pubbliche o private strutture) a carico.
E) In tema di gestione del personale. Drastica limitazione di incarichi esterni e di consulenze, accompagnata dalla piena valorizzazione delle risorse umane presenti nell’Ente. Nuove assunzioni (se possibili) solo per pubblico concorso.
Dopo questa doverosa premessa, illustriamo qui di seguito alcuni punti che caratterizzeranno la nostra azione amministrativa nel quinquennio 2012-2017, sui quali abbiamo ottenuto il consenso di un gruppo di cittadini - fuori dai partiti - che vogliono impegnarsi per far Ri-vivere Alessandria, attraverso la Cultura, lo Sport e il Lavoro e per i quali chiediamo il voto dei nostri concittadini.
UNA EMERGENZA: IL RISANAMENTO FINANZIARIO DELL’ENTE
Nei prossimi 5 anni, l’attività amministrativa del Comune sarà inevitabilmente condizionata dal suo necessario risanamento finanziario.
Il primo impegno sarà quello di affidare a qualificati tecnici esterni una approfondita analisi dei conti dell’Ente per eliminare le criticità oggi presenti. Contemporaneamente si aboliranno le consulenze e gli incarichi esterni. L’Ente farà fronte alle esigenze in materia di personale esclusivamente valorizzando le professionalità esistenti, stimolando forme di partecipazione e di formazione ed eliminando eventuali sacche parassitarie. Se si presentasse la necessità e la possibilità di nuove assunzioni,si procederà assolutamente mediante pubblici concorsi. Sarà intensificato l’uso delle più moderne tecnologie informatiche.
La valorizzazione delle partecipazioni dell’Ente nelle ex municipalizzate dovrà necessariamente portare ad una riorganizzazione del sistema AMAG, che dovrà, in modo TRASPARENTE, fornire servizi migliori e a prezzi inferiori ai cittadini e, nel contempo, attraverso una gestione efficace, economica ed efficiente, riversare utili nelle casse comunali, per ridurne l’indebitamento a breve e a lungo termine. Il servizio idrico in ogni caso dovrà rimanere al 100% di proprietà pubblica. All’AMAG dovrà essere affidato anche il compito di investire nelle energie rinnovabili (fotovoltaico, eolico, ecc.) sia nella produzione sia nella ricerca scientifica, in collaborazione con gli Istituti Universitari Piemontesi.
SOCIALE
Di fronte alla preoccupante situazione sociale ed economica che si sta delineando nel nostro Paese, sono numerose le famiglie che avvertono il peso della gestione quotidiana e l’impossibilità di proiettarsi in un futuro sereno.I giovani,a causa della mancanza o della precarietà del lavoro,stentano a formare un proprio nucleo familiare.Quando ci riescono si trovano ad affrontare un nuovo non meno importante problema:a chi affidare quotidianamente i figli dal momento che padre e madre sono costretti a lavorare entrambi per garantire a se stessi e ai figli una vita dignitosa? Anche se la nostra città primeggia per strutture per l’accoglienza di neonati e bambini al di sotto dei tre anni, bisogna dare più sostentamento a quei genitori che lavorano e ai quali manca per lo più la figura dei nonni. Da qui l’impegno a non diminuire qualità e quantità di asili nido e circuiti materno infantili pubblici o privati dove, con l’impegno e il controllo da parte delle istituzioni, si offra un servizio a tutti i genitori bisognosi di lasciare il proprio figlio in un ambito familiare e sicuro .
Il perno fondamentale della società italiana è la famiglia. Se si contribuisce a disgregare la famiglia, privandola di serie politiche di promozione e di supporto, si rende anche meno competitiva e prospera l’intera società; allo stesso modo la negazione dei diritti della famiglia mette a rischio gli stessi diritti della persona: il bene, assoluto ed inalienabile, su cui si fonda la nostra società.
Il ruolo della donna nella società si è evoluto nei tempi.Oggi, raggiunta la parità dei diritti, le donne italiane son ben calate nella realtà sociale, sono lo specchio del loro passato, di cui conservano i valori più significativi, ma sono anche proiettate nel futuro: hanno,infatti, idee precise sul ruolo che spetta loro.Ci troviamo di fronte ad una donna determinata, pronta a sostenere le sue convinzioni e le sue scelte, che non dimentica il retaggio culturale e i valori tradizionali che danno un‘impronta personale alla società in cui vive.


CINQUE PRIORITA’…..
*Sostenere in modo adeguato le giovani coppie nella copertura degli oneri relativi all’abitazione quali l’accensione di mutui per l’ acquisto e la ristrutturazione della prima casa ( housing sociale),prevedendo risorse economiche per offrire aiuto nelle spese per la casa (affitto- luce- gas).
*Favorire l’acquisto della prima casa mediante la formula del “mutuo sociale”, con due conseguenze economicamente significative: l’incremento dell’attività edilizia e il sostegno alle famiglie;
*Aumentare – e non ridurre - l’offerta complessiva, pubblica e privata, di servizi materno infantili, valorizzando al meglio tutte le risorse e le soggettività presenti sul territorio. In particolare favorire l’accesso delle famiglie ai servizi educativi e di cura per i figli nella fascia di età 0 – 3 anni (asilo nidi, servizio badante a domicilio), prevedendo adeguati assegni di mantenimento del reddito per le famiglie che intendono accudire i loro figli a casa fino a 3 anni.
*Realizzare una politica integrata di conciliazione tra esigenze del lavoro ed esigenze della vita familiare. La stessa amministrazione comunale dovrà aumentare gli sforzi avviati per la conciliazione lavoro – famiglia, sviluppando le politiche conciliative come il part-time, i congedi parentali, il telelavoro e la flessibilità oraria per i propri dipendenti.
*Offrire alle famiglie adeguati servizi di supporto educativo che pongano l’attenzione alla “normalità” del disagio giovanile e non soltanto al recupero delle situazioni di “devianza” già esplose, investendo sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione.
A conclusione di queste proposte legate ai cicli di vita, un impegno ad esse trasversale nasce dall’appena costituito Consiglio della Famiglia, organo importante che, all’ interno dell’amministrazione comunale, dovrà suggerire, coordinare e proporre gli interventi dei diversi uffici comunali, monitorandone il reale impatto sulle famiglie.
In questa prospettiva sarà ulteriormente valorizzato l’ associazionismo familiare quale strumento di collegamento fra l’ azione pubblica e il mondo reale delle famiglie.
La realizzazione di una rete di solidarietà per “il dopo di noi”, per garantire un futuro dignitoso ai portatori di gravi handicap, una volta venuto meno il sostegno della famiglia, sarà uno dei compiti prioritari della nuova amministrazione.
Sarà avviata la istituzione a titolo sperimentale di un Servizio Civile Comunale, attraverso un piano di impiego per i giovani tra i 18 e i 25 anni, nei settori dell’assistenza ai disabili e anziani, ma anche della tutela del decoro urbano e della manutenzione del verde, con lo scopo di sopperire a carenze dell’amministrazione e di agevolare percorsi formativi di coscienza civica mediante un’esperienza diretta di inserimento nell’ambito di attività di grande importanza sociale proprie del Comune o di altri Enti o Associazioni.
Sarà potenziato l’Ufficio Welfare Animale, per assicurare sempre più ai cittadini la soluzione nel minor tempo possibile delle problematiche legate alla detenzione e tutela degli animali (es. esposti per maltrattamento), attraverso il coordinamento con gli Enti interessati (Polizia Municipale, Ispettori Ambientali, Servizio Veterinario dell'Azienda Sanitaria, Forze dell'Ordine e Associazioni Animaliste), per promuovere campagne di sensibilizzazione e di prevenzione sulle tematiche che riguardano l'abbandono e il maltrattamento degli animali; nel quinquennio si realizzerà il cimitero per gli animali d’affezione conforme alle normative vigenti, di cui si è già avviata la progettazione; sarà costruita “l’Oasi del Gatto”, per la cui realizzazione e l’ammissione a contributo si è già inviato in Regione il progetto.




CULTURA, TURISMO, SPORT
Alessandria, non può competere con altre realtà italiane, come le città d’arte, o anche con altre realtà più ricche, culturalmente parlando, presenti nella nostra regione. Purtuttavia una intelligente politica culturale che sappia valorizzare l’esistente (Museo del Cappello, Fondi del Museo e della Pinacoteca, il sito archeologico di Villa del Foro, la presenza in Città delle realizzazioni architettoniche di Gardella, la vivacità di istituzioni ed associazioni culturali, la presenza di Istituti Universitari) può fare molto per ridare slancio, vigore e nuove prospettive alla cultura cittadina. CULTURA e non propaganda; CULTURA e non sprechi per iniziative costose e che non suscitano sviluppo culturale. Con un razionale uso delle scarse risorse che saranno disponibili, si può fare VERA CULTURA e, al contempo, attrarre in Città visitatori, con evidente ritorno economico per tutta la collettività. Non si può agire da soli: è indispensabile la sinergia con gli altri Enti che operano sul territorio (Provincia, Archivio di Stato, Sovraintendenze) e con i Comuni della Provincia per lo sviluppo e il lancio di percorsi culturali che valorizzino le eccellenze culturali, architettoniche, archeologiche, storiche di tutto il territorio provinciale. Il ruolo di Capoluogo lo si conquista, aprendosi alle altre realtà ed offrendo collaborazione e partecipazione.
Cultura è anche identità: in questa ottica vogliamo valorizzare il ruolo dei nostri anziani, sono persone che hanno più esperienza. La loro esperienza è una risorsa fondamentale per tutta la comunità; vanno conosciuti, rispettati, coinvolti; la loro esperienza va condivisa, la memoria collettiva va tramandata. Una città che non si occupa dei propri anziani o li relega alla marginalità, cancella il proprio passato, crede di vivere nel presente e non ha futuro. Noi vogliamo che gli anziani siano inseriti nel tessuto cittadino, che dicano la loro, che ci raccontino questa città: dove sono, ad esempio, quelli che hanno costruito con le loro mani le fortune industriali di questa Città; con loro e per loro, ma soprattutto per i nostri figli e i nostri nipoti, il Museo del Cappello e la Gambarina vanno sempre più sorretti, valorizzati e fatti conoscere.
‘E indispensabile e va ricercata e perseguita la collaborazione con le associazioni di categoria del settore turistico-alberghiero, con gli operatori del turismo, con le agenzie di viaggio e con le imprese di trasporto, per far conoscere al di fuori dei confini regionali e nazionali il “prodotto Alessandria”. Prevedere con i commercianti manifestazioni ed eventi per tutto l’arco dell’anno.

Affermare una nuova cultura dello sport significa pensare alla pratica sportiva ed alle infrastrutture (dagli impianti sportivi agli spazi all’aria aperta) per rispondere alle esigenze sia del singolo sia della cittadinanza in maniera modulata e differenziata favorendo la crescita del suo settore di base con particolare riferimento alle Associazioni che svolgono attività di avvio allo sport in età scolare. In questa ottica si dovrà ricostituire e rilanciare la “Consulta Comunale per lo Sport”, come strumento per l’avvio di una politica seria di sostegno alla pratica sportiva per tutti e per tutte le età.
Lo Sport è anche cultura: per questo proponiamo che, in un rapporto di stretta e sana collaborazione con l’U.S. Alessandria Calcio e con le organizzazioni dei tifosi, sia realizzato il Museo del Calcio. Per quanto riguarda lo sport agonistico, occorre pensare fin da subito alla realizzazione di una “Cittadella dello Sport”, nella quale ricollocare sia l’ormai vetusto e inadeguato “Palazzetto dello Sport”, ma anche un nuovo e moderno campo di calcio che sostituisca il glorioso “Moccagatta”, e una piscina olimpica; i primi due anni del mandato dovranno vedere l’Amministrazione impegnata nella localizzazione della Cittadella dello sport e nella definizione del progetto di massima. In questa fase sarà determinante il contributo di idee e suggerimenti del Coni, delle Federazioni Sportive, delle Società e dei tifosi; la realizzazione dovrà avvenire con la formula del “Project financing”, senza costi a carico dell’Amministrazione Comunale
LAVORI PUBBLICI
Nei prossimi anni, per la situazione generale di criticità finanziaria degli enti locali e in particolare del nostro Comune, occorrerà limitarsi alle necessarie e indispensabili opere di ordinaria manutenzione. Riteniamo comunque che una buona manutenzione dell’esistente, puntuale e ben realizzata, sia più valida di decine di opere dispendiose e spesso inutili. In primo piano dovrà essere posto l’obiettivo della eliminazione delle barriere architettoniche da tutte le strutture pubbliche (giardini, scuole,uffici comunali), con piena valorizzazione del neo costituito Ufficio del “Disability Manager”.
Altro obiettivo prioritario della nuova amministrazione sarà costituito dalla eliminazione dell’amianto eventualmente ancora presente in strutture comunali e da un attento monitoraggio e controllo dell’amianto presente in edifici di proprietà di privati e di altri enti pubblici.
La viabilità cittadina dovrà essere modificata per rendere più agevole e piacevole l’arrivo e la sosta in centro a pedoni, ad anziani, a disabili, a mamme con carrozzine; in questa ottica l’uso dei parcheggi a corona del centro storico va incentivato mediante apposite tariffe ridotte; una riduzione o un’abolizione delle tariffe nell’orario 12,45 – 14,30 nel Parcheggio di Piazza della Libertà può essere introdotto, dopo un periodo di sperimentazione.
Vanno potenziati e completati i percorsi ciclabili.
Nell’aggiudicazione degli appalti il criterio del maggior ribasso dovrà essere contemperato con altri parametri relativi alla sicurezza del lavoro, alla qualità dei materiali, al rispetto dei tempi di esecuzione.
DALL’ISOLAMENTO ALLA CRESCITA
Alessandria è vissuta negli ultimi decenni nell’illusione che la sua posizione geografica, al centro del cosiddetto “triangolo industriale”, potesse, da sola, costituire il volano per il suo sviluppo.
I fatti hanno dimostrato che non è così: senza iniziative locali, lo sviluppo e la crescita non si creano da soli. L’Amministrazione Comunale può svolgere un ruolo indiretto, ma importante, di stimolo, coordinamento e supporto, per lo sviluppo e la crescita dell’economia locale. Potrà svolgere questo ruolo con maggiore autorevolezza se saprà aprirsi alla necessaria collaborazione con le associazioni imprenditoriali, con gli altri Comuni della Provincia, con la Regione Piemonte.
In questa prospettiva, la realizzazione del Terzo Valico e della linea ad Alta Velocità della Torino – Lione, vanno viste positivamente, come elementi che possono concorrere allo sviluppo dell’economia di tutta la provincia: occorre, però, saper cogliere le occasioni e le opportunità con spirito aperto al nuovo ed al progresso. Il Comune di Alessandria dovrà essere presente ai Tavoli in cui si decidono i percorsi, le modalità di esecuzione, le compensazioni.
La crescita economica della Città può riprendere solo se dal Comune verranno indicazioni precise e concrete per nuove iniziative imprenditoriali. Il Comune dovrà essere il luogo in cui qualsivoglia imprenditore possa trovare in modo trasparente e rapido le informazioni e i consigli per insediare la propria Impresa sul territorio Comunale. Rendere effettivo con il potenziamento dello Sportello Unico per l’Impresa, l’obiettivo “Aprire un’impresa in un giorno”. Occorrerà agevolare le nuove idee d’impresa, con particolare riferimento alle cooperative giovanili, di donne e alle cooperative sociali di tipo “B”; un apposito Ufficio del comune dovrà fornire la necessaria consulenza ed assistenza, in collaborazione con le associazioni cooperative, con la Camera di Commercio e con la Regione.
PARTECIPAZIONE e DECENTRAMENTO
La nostra Città è stata protagonista nei decenni passati del decentramento interpretato anche come strumento di partecipazione attiva dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione Comunale.
Negli ultimi 20 anni, però, non si è riusciti o non si è voluto a dare a questi organismi decentrati effettivi poteri. Il costo delle 5 Circoscrizioni (complessivamente 500.000 €. l’anno a fronte dell’erogazione di contributi per non più di 100.000 €.: unica attività lasciata alla diretta gestione di questi organi di decentramento): non sarebbe più giustificabile. L’intervento del Legislatore Nazionale che ha abolito le Circoscrizioni nelle Città con meno di 500.000 abitanti, impone di verificare nuove forme attraverso le quali rilanciare la partecipazione dei cittadini alla vita del Comune. Obiettivo della nuova amministrazione dovrà essere quello di rendere effettivo il principio contenuto nel rinnovato Statuto del Comune, secondo il quale le scelte dell’Amministrazione dovranno essere condivise con i cittadini e non imposte dal “palazzo”. Sarà prioritario quindi affrontare nei primi mesi la necessaria revisione del regolamento della partecipazione, per adeguarlo a quanto al riguardo previsto dallo statuto. In questa ottica dovranno essere costituite apposite Consulte nelle quali i cittadini singoli e associati possano far sentire la propria voce ed offrire all’Amministrazione la propria consulenza (Consulta dello Sport, del Volontariato, Consulta dei Giovani, Consulta economico-sociale).
LOTTA ALL’EVASIONE E ALL’ELUSIONE FISCALE
Il problema dell’evasione fiscale è un argomento importante al centro del dibattito politico. Da un lato l’elevata pressione fiscale, dall’altro una altrettanto elevata fascia di evasione e di elusione degli obblighi fiscali. “Pagare tutti per pagare di meno” sembra essere l’approccio giusto per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti onesti. Con la Legge 248 del 2005 si è stabilito che i Comuni che partecipino alle attività di accertamento fiscale, ottengano una quota pari al 30% (aumentata al 33% dalla Legge n. 122 del 2010, che ha anche previsto la costituzione dei Consigli Tributari) delle maggiori somme relativi a tributi statali effettivamente riscossi.
La nuova Amministrazione, entro i primi sei mesi, dovrà: approvare la Costituzione del Consiglio Tributario, che collabora con l’Agenzia delle Entrate nella lotta all’evasione discale; provvedere al contempo al necessario potenziamento in risorse umane e tecnologiche dell’Ufficio Tributi; attivare processi di collaborazione tra i diversi Uffici al fine di attivare processi virtuosi di controllo incrociato dei dati - anche mediante l’incrocio dei dati attinenti l’area anagrafica e tributaria; sottoscrivere protocolli d’intesa predisposti dall’ANCI per la collaborazione agli accertamenti sulle imposte e i tributi Regionali e Statali.
Le maggiori entrate che deriveranno al Comune da questa attività consentiranno altresì, non solo di riequilibrare i bilanci futuri del Comune, ma anche di operare progressivamente una riduzione nell’applicazione dei tributi di competenza comunale.
Occorrerà nell’immediato verificare tutte le possibilità di applicare per l’IMU (l’imposta sugli immobili che sostituisce l’ICI) riduzioni e sconti per le giovani coppie, per le famiglie con anziani non autosufficienti o con portatori di handicap gravi a carico.
ALCUNE INIZIATIVE PER I PRIMI SEI MESI DELLA NUOVA AMMINISTRAZIONE
1) Affidare a qualificati tecnici esterni una approfondita analisi dei conti dell’Ente per eliminare le criticità oggi presenti e fare in modo che Alessandria torni ad essere un Comune “virtuoso”.
2) Adozione di atti amministrativi per individuare beni e servizi da acquisire tramite cooperative sociali finalizzate all’assolvimento dell’impegno di reinserimento lavorativo delle persone svantaggiate.
3) Immediata riorganizzazione della macchina comunale in nome dell’efficienza e della meritocrazia.
4) Adozione di un piano di indirizzo con queste finalità: modifica del regolamento edilizio per agevolare ancora di più il risparmio energetico e l’impiego di fonti rinnovabili per riscaldamento, raffreddamento, produzione acqua calda, illuminazione; piano di installazione di pannelli fotovoltaici su tutti gli edifici di proprietà comunale, come sedi comunali e plessi scolastici; piano per l’installazione di pannelli solari termici negli impianti sportivi e negli edifici pubblici cittadini, con l’impegno di destinare i risparmi economici che ne conseguiranno, nella manutenzione e messa in sicurezza degli edifici scolastici.
5) Istituzione di un fondo di rotazione comunale per la lotta all’usura, la prevenzione e il contrasto al sovraindebitamento.
6) Avviare, in collaborazione con il SERT, una campagna di sensibilizzazione e informazioni sui rischi della ludopatia, al fine di contribuire efficacemente ad un effettivo contrasto alla “Dipendenza da Gioco d’Azzardo Patologico”; intensificare i controlli di competenza della Polizia Municipale sui locali pubblici e sui circoli privati in cui sono installati i giochi elettronici.

domenica 14 agosto 2011

Globalismo e Mercati, Hybris e Némesis - di: Alberto B. Mariantoni


Non è escluso che alcuni lettori, già prima di iniziare a percorrere il testo di questa mia riflessione, possano eccepirmi: ma che c’entrano delle nozioni culturali dell’antica Grecia (come ὕϐρις/húbris/hybris = dismisura, eccesso, oltraggio; e Νέμεσις/ Némesis = la collera o la vendetta divina), con le umilianti e mortificanti fregature che il cosiddetto “Mercato globale” continua quotidianamente a dare al “Popolo-bue”?

Capisco l’eventuale sorpresa, ma se una tale correlazione potrebbe apparire ai più come una specie di forzatura letteraria, coloro che avranno il tempo e la pazienza di seguire il mio ragionamento, potranno facilmente accorgersi che quelle nozioni c’entrano. Altroché se c’entrano!

Prima, però, di poterne scoprire l’eventuale concatenazione, cerchiamo di fare il punto della situazione, incominciando con il focalizzare e decifrare il primo soggetto di questa analisi: il “Liberismo”.

Questa “scuola di pensiero” (prettamente ideologica, e poco economica, mi permetto di sottolineare), tende a caratterizzarsi, in generale, per la sua fedeltà e sottomissione a tre dogmi fondamentali:

1. “Nel campo economico esiste un ordine naturale che tende ad organizzarsi spontaneamente, purché gli individui siano lasciati liberi di agire, ispirandosi ai loro propri interessi.

2. Quest’ordine naturale, è il migliore, il più capace di assicurare la prosperità delle nazioni; è superiore a qualsiasi altro ordinamento artificiale che si potrebbe ottenere attraverso l’impiego di leggi umane.

3. Non esiste nessun antagonismo, ma armonia tra i diversi interessi individuali, e l’interesse generale concorda ugualmente con gli interessi individuali. Questa armonia, forma l’essenza stessa dell’ordine naturale” (Pierre Reboud, “Précis d’Economie Politique”, Tome premier, Dalloz, Paris, 1939, pag. 52).

Ora, senza dover superfluamente dare risalto al fatto che qualsiasi dogma è semplicemente la più grande offesa che si possa perpetrare nei confronti dell’intelligenza umana, vediamo cosa diceva, a proposito del “Liberismo”, il Dizionario di filosofia e scienze umane di Emilio Morselli, edito da Signorelli, a Milano, nel 1988: “Liberismo (o Liberalismo Economico): teoria secondo cui il modo migliore per promuovere lo sviluppo economico è quello di lasciare l’iniziativa privata in piena libertà d’azione, escludendo ogni ingerenza artificiale da parte dello Stato. Ipotesi di fondo del liberismo è l’esistenza di un ordine naturale in campo economico analogo a quello del mondo fisico; ne derivano due postulati: a) la concorrenza perfetta premia i migliori ed elimina i cattivi operatori; b) il meccanismo naturale dei prezzi che, in regime di libera concorrenza, trova il proprio freno nella legge della domanda e dell’offerta. Queste tesi del liberismo classico, elaborato dai grandi economisti settecenteschi (A. Smith, D. Ricardo, T. Malthus), non trovano più riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che nelle conseguenze”.

Appena 23 anni fa, quindi, il “Liberismo” era ufficialmente morto o considerato un qualcosa che, in tutti i casi, non trovava “più riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che nelle conseguenze”.

Dagli anni ’90 del secolo scorso ad oggi, invece, si continua a cercare di convincere l’uomo della strada che il medesimo “Liberismo” sarebbe il nec plus ultra del progresso e dello sviluppo delle nostre società.

Questo, nonostante che i suoi suddetti dogmi – ciclicamente attivati e, ogni volta, testardamente ed illogicamente messi in pratica (in particolare, tra il 1852 ed il 1890; tra il 1911 ed il 1915 e tra il 1920 ed il 1930, con i “risultati” che conosciamo…), irragionevolmente riproposti (negli anni 1950/1960, dalla “scuola di Chicago”: Milton Friedmann, Feldstein, Moore, etc.) e, dal 1992 (cioè, dopo la caduta del muro di Berlino ed il crollo dell’ex Unione sovietica), politicamente propagandati e fideisticamente diffusi come indiscutibili ed incontestabili – abbiano, nel loro ricorrente confronto con la realtà, invariabilmente “toppato” su tutta la linea e si siano costantemente ed immutabilmente rivelati per quello che in realtà sono e sono sempre stati: una semplice mega-truffa planetaria, ai danni dell’uomo della strada, da parte dei soliti noti!

Vedremo, tra poco, il perché quei dogmi sono una semplice frode.

Cerchiamo, ora, di individuare ed approfondire le principali peculiarità del secondo attore di questa analisi: lo “Stato” o gli “Stati”.

Thomas Hobbes, nel suo Leviatano (1651), ci dice che “lo Stato rappresenta l'istanza unitaria e sovrana di neutralizzazione dei conflitti sociali e religiosi attraverso l'esercizio di una summa potestas, espressa attraverso la forma astratta e universale della legge che si legittima in base al mandato di autorizzazione degli individui, in cui si realizza il meccanismo della rappresentanza politica”.

In che consisterebbe, in particolare, quella sua summa potestas?

Consiste soprattutto nel fatto che qualsiasi Stato (dal lat. statum = ‘condizione’, ‘posizione’; riepilogativo di: status civitas = ‘Stato della città’, o status rei publicae = ‘Stato della cosa pubblica’) è, per antonomasia, simultaneamente sovrano, indipendente e spersonalizzato.

E’ sovrano, in quanto è superiore (dal lat. sŭpĕrans, antis = ‘predominante’; da cui, il tardo lat. superanus, a, um = ‘soprano’ o ‘che sta sopra’, ed il francese souverain = sovrano) ad ogni altro soggetto politico, economico, sociale, giuridico (individuale o collettivo) che esiste ed agisce all’interno dei suoi confini politici. E’ indipendente (in = negazione di, dipendente: quindi, che ‘non è soggetto a vincolo di nessun genere, da parte di nessuno’), in quanto, nei rapporti con altri Stati, non accetta – se non in modo concordato e consensuale (dopo essere stato, come minimo, preventivamente autorizzato da un referendum popolare) e su un piano di ordinaria reciprocità ed equità – nessuna rinuncia alle sue prerogative. E’ spersonalizzato, in quanto – qualunque sia o possa essere la rappresentanza politica che il Popolo-Sovrano ha occasionalmente scelto per far gestire o amministrare la cosa pubblica – è sempre il Governo pro tempore della Nazione che ha l’obbligo di conformarsi ai fondamenti dello Stato (che sono stati preventivamente espressi dalla volontà popolare, condensati nei termini della sua Costituzione e continuano ad essere difesi e garantiti dalle sue leggi), e non il contrario.

Intendiamoci, il Governo di una Nazione può pure decidere di cambiare i fondamenti dello Stato a cui appartiene, ma prima deve comunque chiederne l’autorizzazione e l’avallo da parte del Popolo-Sovrano.

A questo punto, per permettere a chiunque di potersi davvero rendere conto che anche la teoria dello Stato – a causa dell’accettazione incondizionata dei dogmi del “Liberismo” da parte della forze politiche (al Governo ed all’Opposizione) delle nostre Nazioni – è diventata una semplice truffa ai danni del cittadino, è sufficiente porsi queste semplici domande:

1. E’ mai possibile, ad esempio, che l’insieme delle forze politiche di una Nazione – che ufficialmente dovrebbero operare nell’interesse dei cittadini e dello Stato che esse stesse rappresentano ed amministrano – per cercare di forzare le realtà oggettive dei nostri Paesi e farle coincidere con i dogmi dell’ideologia (il “Liberismo”) nella quale credono o si identificano, si sforzino principalmente di sottomettere i nostri Paesi alle cosiddette “Leggi del Mercato” e, favorendo la speculazione finanziaria internazionale, privino arbitrariamente da un lato i cittadini e lo Stato della loro inalienabile sovranità e, dall’altro, facciano addirittura pagare, a questi ultimi, i ripetuti e costanti fallimenti della loro astratta ed inattuabile teoria ideologica?

2. Se uno Stato, per poter ordinariamente esistere ed operare, non solo accetta – sulla base della medesima ideologia “liberista” – di rinunciare a “battere moneta” (che è una delle due prerogative del Principe, assieme al ‘monopolio dell’utilizzo della Forza armata’), ma è nientemeno costretto a chiedere in prestito dei capitali sul mercato libero, c’è ancora da domandarsi le ragioni per cui il nostro debito pubblico (assieme agli interessi che debbono essere pagati sul medesimo debito), è sempre più esponenziale, fino a diventare strutturalmente inestinguibile?

3. E’ accettbile che uno Stato, su sollecitazione di un qualunque Governo in carica, prenda l’iniziativa di scatenare una vera e propria caccia all’evasione fiscale – fino al parossismo di appostare degli agenti della Guardia di Finanza fuori dai Bar dove andiamo a bere un caffè o mangiare un tramezzino, per controllare de visu se abbiamo o no il relativo scontrino della nostra consumazione, ed allo stesso tempo – non conosca (o faccia finta di non conoscere) il nome ed il cognome (o la personalità giuridica o morale) degli speculatori internazionali che, come se niente fosse, spostano, ogni giorno, migliaia di miliardi di dollari o di euro, da una borsa all’altra del Pianeta, facendo fallire (se il caso si presenta) intere economie nazionali, senza che questi ultimi possano essere in qualche modo identificati, recensiti e tassati, come qualunque altro cittadino del mondo, sia sui loro capitali che sui loro ingenti profitti?

Se tutto ciò è ammissibile e tollerabile, viene spontaneo domandarsi: a cosa servono gli Stati se non a continuare indebitamente a sgassare i cittadini per conto terzi e raschiare il fondo del barile dei nostri introiti e dei nostri risparmi, per permettere a chi è già ricco di diventare più ricco, con l’appoggio incondizionato ed il sostegno pratico della Forza pubblica che dovrebbe essere, invece, il principale baluardo della nostra tutela?

Ed aggiungo: qualora tutto ciò sia davvero ineluttabile (come spesso cercano di convincerci…), allora, aboliamo gli Stati. Mettiamoci tranquillamente l’anima in pace ed accettiamo, di buon grado, di farci direttamente governare dalle strutture della speculazione internazionale. Così, almeno, avremo come minimo economizzato l’insieme dei costi astronomici della politica che, come abbiamo già visto, serve esclusivamente a farci meglio depredare dagli innominabili ed insaziabili manovratori della finanza cosmopolita!

Prendiamo, per concludere il nostro giro d’orizzonte, il terzo ed ultimo attore di questa medesima disamina: “l’Uomo”.

Che cos’è l’Essere umano? E’ quell’individuo (dal lat. individuus, a, um: quell’aggettivo, cioè, che non potrà mai essere o diventare soggetto di se stesso!) che serve esclusivamente al “Liberismo”, per avere al suo cospetto quella massa indefinita di produttori e di consumatori non organizzati e, quindi, imporre unilateralmente le sue regole del gioco all’insieme dei prestatori d’opera ed il suo monopolio (settore per settore) nel campo dei prodotti e dei prezzi? Oppure, è l’anathrôn-ha-opôpé dei Greci: quell’essere animato, cioè, diverso dagli altri animali, che ragiona ed è sensibile?

In quest’ultimo caso, come è falice desumerlo, sarebbe praticamente impossibile continuare a considerarlo uno dei tre fattori della produzione e seguitare altresì a compararlo agli altri due che sono – come tutti sanno – la “tecnologia” ed il “capitale”.

Chi ha mai visto, infatti, fino ad oggi, piangere o ridere, esaltarsi o disperarsi, amare o odiare, provare simpatia o antipatia, affinità o diffidenza, affetto o repulsione, gioia o dolore, un tornio o un cassetto pieno di soldi?

Eppure, i bricconi di cui sopra – vista l’attiva ed interessata complicità della Casta politica (di destra, di sinistra e di centro) del nostro Paese e dei Media (i valvassini dei precedenti) che ne amplificano studiatamente le “gesta” e la “parola” – sembrano comunque essere riusciti a far credere ai cittadini delle nostre società, perfino una tale insostenibile bizzarria!

Convincendo l’uomo della strada che ciò che custodiva o teneva in tasca era più importante di lui, i principali sostenitori dell’ideologia “Liberista” hanno semplicemente permesso che fosse apertamente e legalmente perpretato nei suoi confronti, il più grande e ripugnante dei crimini che la Storia abbia fino ad oggi conosciuto: quello, in particolare, di trasformare psicologicamente il medesimo essere umano – originariamente soggetto e finalità della Storia, della Politica e dell’Economia – in volontario ed inconsapevole oggetto di un’astratta e nefasta ideologia che, ponendo il danaro al centro della società, ha ridotto l’Uomo ad una semplice cosa o bene mobile. E, come tale, lo ha reso suscettibile di essere assunto a discrezione ed al minor prezzo possibile, nonché licenziato in tronco, in qualsiasi momento, senza nessun preavviso, né valido motivo, ed affidato unicamente al buon volere delle “Leggi della domanda e dell’offerta”. Il tutto, ovviamente, per permettere ai principali promotori ed organizzatori del cosiddetto “Mercato globale” di ottenere, anche nel contesto del cosiddetto “Mercato del lavoro” (come se l’Uomo potesse essere comparato ad un chilo di patate o di zucchine…) – con l’appoggio diretto o indiretto dei Sindacati embedded ed il connivente e prezzolato avallo dei responsabili dei nostri Governi e dei nostri Stati – il massimo del profitto!

Ecco, dunque, anatomizzata e resa intelligibile anche quest’ennesima truffa che il “Liberismo” ha riservato alle nostre società.

Conoscendo, ora, la natura ed il ruolo reale dei diversi attori di quest’abominevole e grottesca rappresentazione epocale che abbiamo ormai l’abitudine di definire il mondo contemporaneo, chiunque, tra i lettori di quest’approfondimento, potrà, da questo momento, agevolmente individuare e facilmente riconoscere l’hybris a cui mi sono riferito all’inizio di quest’articolo.

Detto altrimenti, in che consisterebbe, dunque, la dismisura, l’eccesso e/o l’oltraggio del “Liberismo” nei confronti dei cittadini dei diversi Stati del mondo?

A mio avviso, consiste principalmente nel far credere al solito “uomo della strada” (ingenuo e sprovveduto per definizione) che la medesima “mano invisibile” che dovrebbe immancabilmente contribuire ad arricchire ognuno di noi (ma, in realtà, rimpingua soltanto qualcuno, impoverendo sempre di più – salvo le classiche eccezioni che confermano la regola – chi è già povero o diseredato!), è ugualmente responsabile – di tanto in tanto (sic!) – delle crisi economiche (come se queste ultime fossero un casuale o involontario incidente della vita e della Storia…) che, da all’incirca due secoli e mezzo, continuano ciclicamente ad affliggere e tormentare l’insieme delle nostre società.

Questo, quando chiunque abbia un minimo di infarinatura a proposito dell’Economia politica, sa benissimo che il cosiddetto “Libero mercato”:

- E’ solo ed esclusivamente il “Mercato” delle Multinazionali e dei Trust finanziari che tende invariabilmente a spazzare via i singoli operatori. In altri termini: per un Bill Gates (il Sig. “Avviso Porte”, si potrebbe liberamente tradurre in italiano!) che riesce a fare fortuna dal nulla, quanti “poveri cristi” ci lasciano le penne, cercando o sperando di poterlo davvero diventare? E se, per pura ipotesi, tutti riuscissimo a diventare Bill Gates che valore avrebbe essere un Bill Gates?

- E’ come un “fiume in piena”, a cui se non vengono preventivamente e drasticamente innalzati gli “argini” della morale societaria e della legge, distrugge tutto al suo passaggio; mentre invece, se “incanalato” precauzionalmente all’interno delle succitate “barriere di contenimento” ed inframezzandogli sul suo percorsco magari una turbina, è in grado di produrre altra energia, ed ancora altra energia (l’esempio più conosciuto, a quanto ne so io, sembra essere stato il miracolo economico italiano degli anni ’30).

- Produce sistematicamente delle situazioni economiche, nelle quali i prezzi delle differenti Nazioni tendono sempre ad allinearsi su i più alti ed i salari su i più bassi.

- Tende regolarmente a monopolizzare i guadagni ed a socializzare le perdite. In altre parole, ciò che i vari promotori ed organizzatori del “Mercato globale” riescono a rapinare all’interno di uno Spazio economico, lo tengono in larga parte per sé; e quando il medesimo “mercato” che hanno precedentemente investito incomincia inevitabilmente a saturarsi, licenziano le maestranze e delocalizzano le loro imprese, lasciando sulle braccia dell’intera società, le spese e gli oneri economici e sociali dei danni che, con il loro ordinario agire, sono riusciti a realizzare.

- Agisce sistematicamente, nei confronti dei diversi Spazi economici del mondo, come l’andirivieni incessante ed incontrollabile delle maree: vale a dire, ruba qui e porta lì; poi, ruba lì e porta qui; dopo ancora, ruba di nuovo qui e porta di nuovo altrove; etc. All’infinito. Con la differenza che questa volta (cioè, da una quindicina di anni a questa parte), il cosiddetto Occidente (Stati Uniti, Europa, Giappone ed alcuni Paesi del Sud-Est asiatico) non potrà affatto essere in grado – dopo aver impoverito le nostre Nazioni (nonostante tenti di far ridurre i salari dei nostri lavoratori, al medesimo livello di quelli che vengono attualmente praticati in Cina ed in India) – di defraudare gli ex-Paesi emergenti (diventati, ormai, a pieno titolo, delle vere e proprie potenze, finanziarie, bancarie, industriali, commerciali e logistiche), per due semplici ragioni: la prima è che l’Occidente ha ormai perduto – a netto vantaggio della Cina e dell’India (insomma, per fare più soldi, l’Occidente ha venduto a quei Paesi, perfino la “corda per farsi impiccare”!) – il monopolio dei suoi cinque tradizionali pilastri economici: la finanza, la banca, l’apparato industriale, le infrastrutture commerciali e quelle dei trasporti; la seconda, è che – sarà bene tenerlo a mente – la Cina e l’India sono due potenze nucleari, a cui sarà molto difficile, in un prossimo futuro, cercare di togliere il “tappetino” da sotto i loro piedi, per tentare di scippare le loro attuali e future ricchezze, nella speranza di poterle, un giorno, ri-portare in Occidente!

Individuata chiaramente l’hybris, è sufficiente fare mente locale, per capire la valanga di bugie che ogni giorno ci vengono raccontate dai nostri “politici” e sistematicamente rilanciate sul mercato dai vomitevoli e supersperimentati pennivendoli del medesimo sistema, per cercare di farci tranquillamente o inconsapevolmente trangugiare l’amara pillola del nostro, ormai (nella sopraindicata situazione), impossibile futuro…

Gli Stati e gli Istituti bancari del cosiddetto Occidente (Italia ed Europa comprese), da circa 10/15 anni, sono quasi tutti in fallimento o, nel peggiore dei casi, in semplice e celata bancarotta fraudolenta. Il denaro (quello vero) essendo, nel frattempo, filato via, come era naturale che fosse, in quelle parti del mondo che gli possono più facilmente garantire di potere largamente decuplicare o centuplicare, in rendite e profitti, le somme inizialmente investite.

Cosa ci fanno credere, invece, i nostri “politici”? Ovviamente, che da noi tutto va bene! Anzi, meglio…

Vediamo il funzionamento dei loro premeditati e criminali marchingegni finanziari.

I nostri Stati – ormai irrimediabilmente asserviti alle Caste politiche bipartisan che sono al servizio del “liberismo/globalismo” – per tentare di tenere la “bocca fuori dell’acqua” alle popolazioni dei nostri Paesi e non farle immediatamente ed irrimediabilmente affogare, travolte dai debiti, nell’insolvibilità e nel caos, emettono dei Buoni del tesoro (cioè, dei pagherò a breve o lunga scadenza, su cui lo Stato stesso dovrà, presto o tardi, pagare degli interessi) e li affidano a delle banche private (Bankitalia o BCE o Federal Reserve = kif, kif!). Le medesime Banche, dal canto loro, per simulare un formale pagamento, danno in cambio ai nostri Stati, dei bellissimi biglietti di carta colorati e stampati che sono concessi in locazione, al loro valore facciale, ai nostri Ministeri del Tesoro che a loro volta, dopo averci pagato il famoso “signoraggio” (altri debiti, per il contribuente), li incamerano sotto forma di moneta contante e li utilizzano per “tappare i buchi” più urgenti che sono stati precedentemente generati dalla loro medesima gestione del Paese.

Da un punto di vista contabile, le due vicendevoli operazioni di cassa non sembrano fare una piega: entrambi gli “attori” (gli Stati + le Banche) di questa moderna commedia dell’arte, depositando ufficialmente nei loro forzieri i rispettivi foglietti di carta colorati e considerandoli come dei veri e propri attivi, sono in grado di presentare, agli eventuali audit pubblici o alle più mediatizzate Agenzie di rating, dei corretti bilanci. Al punto che ambedue gli “attori” possono continuare ad apparire – agli occhi del profano (ma non degli speculatori borsistici!) – come dei soggetti economici e giuridici perfettamente solvibili.

Ma chi pagherà, alla fine (questo, naturalmente, nessuno ce lo dice!) il loro ingegnoso “giochino” delle suddette reciproche “cambiali”? Noi. Semplicemente noi! Gli “scemi del villaggio”… Con l’acre e spossante sudore della nostra fronte ed i nostri immani, quotidiani ed ingiusti sacrifici.

Ci sarebbe da evocare altre ed infinite bugie, come quelle, ad esempio, relative al supposto “rilancio” dell’economia dei nostri Stati, abbassando i salari, diminuendo le spese pubbliche, abolendo gli assegni sociali, togliendo le tasse alle imprese, alzando l’età pensionabile, decurtando le pensioni già esistenti (non quelle milionarie dei “signori della politica”, chiaramente!) ed eliminando la loro reversibilità per i poveri vedovi e vedove; oppure, come quelle riguardanti il “rilancio” della produzione dell’auto (se anche riuscissimo a regalare, a costo zero, 1 milione di vetture ai primi che ne facessero richiesta, dove le parcheggeremmo e come faremmo, ormai, a circolare sulle nostre strade o all’interno delle nostre città?), permettendo contemporaneamente ad un qualunque Marchionne di turno di riportare la figura ed il ruolo del lavoratore, alla medesima miserevole condizione di semplice bestia da soma, senza nessun diritto, descritta da Marx, nella prima parte del suo Capitale; o ancora, come quelle concernenti il “riassorbimento” dell’attuale disoccupazione, cercando di accogliere, a più non posso, all’interno di un “bicchiere” chiamato Italia o di un “boccale” chiamato Europa, l’immenso e brulicante Oceano di miseria che il “Liberismo” stesso, con le sue guerre (per la pace) e lo sfuttamento capillare dell’insieme delle risorse dei Paesi del Terzo mondo, ha provocato sul nostro Pianeta. Ma fermiamoci qui…

Avendo capito (spero…) quanto mi sono permesso fino ad ora di evidenziare, il lettore, en passant, avrà altrettanto compreso il significato ed il senso della némesis greca o, se si preferisce, della collera o della vendetta divina a cui ho ugualmente fatto riferimento all’inizio di questa mia riflessione.

Intendiamoci, però. Chiunque sia riuscito a focalizzarne ed afferrarne il concetto, non mi venga ugualmente a chiedere, per cortesia, in che modo o maniera mettere in pratica la sua individuale collera e vendetta nei confronti dei delinquenti di cui sopra e di quanti, fino a questo momento, hanno legalmente permesso a questi ultimi di esercitare impunemente la loro “arte criminale”: quella, cioè, che ci sta letteralmente e collettivamente portando alla rovina, se non facciamo nulla per fermarla.

L’unica cosa che posso consigliare al lettore in questo contesto, è che le nostre possibili ed inesorabili rivincite e le eventuali e sacrosante sanzioni che dovranno comunque essere inflitte ai responsabili della catastrofe generalizzata che – da tempo, ormai – siamo costretti a subire e sopportare sulla nostra pelle, potranno davvero essere realmente esercitate, soltanto quando riusciremo ad avere il coraggio civile e morale di deporre momentaneamente al guardaroba le nostre reciproche “fisse” ideologico-politico-partitiche-religiose. Dopo di ché, mettendo assieme la totalità delle nostre forze e delle nostre capacità e competenze, potremo essere senz’altro in condizione di ribellarci e di combattere e sconfiggere qualunque nemico. E questo, per poterci finalmente liberare dall’assurda e nefasta iattura del “liberismo/globalismo” e riconquistare, per noi ed i nostri figli, nonché per i figli dei nostri figli, le irrinunciabili e, fino ad oggi, furbescamente estorte o ladronescamente defraudate prerogative di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare che – fino a prova del contrario – spettano, per diritto naturale, a qualsiasi Popolo-Nazione del mondo che ancora sia in grado di essere cosciente e degno di questo nome!

Alberto B. Mariantoni



sabato 13 agosto 2011

L'Era della Rassegnazione? (Un articolo di Marco Tarchi - da meditare)

L'ERA DELLA RASSEGNAZIONE (da La Roccia di Erec - Idee - Diorama n. 303)
Chi ha più di trentacinque anni, e ha speso una quota del proprio tempo occupandosi del mondo che gli ruota intorno, difficilmente avrà dimenticato il clima che si diffuse negli ambienti politici ed intellettuali nei giorni e nei mesi che seguirono la caduta del muro di Berlino. Quella data dell’ottobre 1989 parve universalmente segnare un evento fatidico, un punto di svolta, e il crollo dell’impero sovietico che di lì a poco ne seguì non fece che confermare la prima impressione. Quanti avevano in uggia il duopolio che dalla conferenza di Yalta in poi aveva indirizzato le sorti del mondo esultarono. Dilagarono i sogni di nuovi scenari in cui i vincoli oppressivi del bipolarismo si sarebbero sciolti. Nelle ristrette ma vivaci cerchie che si attribuivano l’etichetta del non-conformismo e non avevano mai digerito molte delle conseguenze del disastroso secondo conflitto mondiale, a partire dal soggiogamento dell’Europa alle due superpotenze e dalla sua vertiginosa perdita di influenza sullo scacchiere planetario, si arrivò a supporre che si dovessero abbandonare le elucubrazioni sulla possibile costruzione di una Terza via di organizzazione della società diversa dal liberalismo e dal socialismo e si dovesse passare con urgenza alla riflessione su una Seconda via, dal momento che a rimanere in piedi era ormai quasi solo quel modello politico-culturale che si era dato – abusivamente ma efficacemente – il nome di Occidente e si fondava, per dirla con le parole di un analista che pure non ne è un critico prevenuto, su “una visione immobile del mondo, dominata da un pugno di principi guida: l’internazionalismo, l’espansione illimitata dell’individualismo e dei suoi diritti, l’idolatria del proceduralismo consensualistico, l’idea che l’economia rappresenti il regolatore supremo delle collettività umane”.[1] Sgombrato il campo dalle suggestioni di un “socialismo reale” ormai fallito, si pensava, la partita si sarebbe giocata tra quella vecchia formula che tante cattive prove aveva dato di sé e una visione alternativa ancora in gran parte da costruire, ma di cui esistevano i presupposti. Sgretolate le fondamento dell’esaurita dicotomia sinistra/destra, molte e sino ad allora disperse energie sarebbero confluite attorno a un progetto che all’individualismo opponeva la solidarietà organica, la tutela dell’interesse collettivo, il recupero del senso di comunità e la tutela del diritto alla specificità dei popoli; al cosmopolitismo omogeneizzante che faceva da sostrato all’internazionalismo opponeva l’elogio delle identità plurali e della diversità culturale; al dominio dell’economia sulla politica opponeva non solo il rovesciamento di quel rapporto ma anche il riconoscimento primario dei valori non-economici, spirituali e di “qualità della vita”, in ogni campo.
Erano sogni, ma gli oltre vent’anni trascorsi li hanno derubricati ad illusioni, che a volte appaiono risibili persino a una parte di coloro che li avevano alimentati. Il tracollo del “blocco orientale” non ha restituito all’Europa alcuna compattezza sostanziale, e soprattutto non le ha restituito l’indispensabile sensazione di possedere, in mancanza di una lingua o di una radice etnoculturale, un’anima comune. Al bipolarismo che aveva fondato un condominio sul pianeta si è sostituita una voglia unilaterale di egemonia che ha prodotto instabilità e guerre a getto continuo nel proposito, fin qui incompiuto, di affermare un ordine planetario a sovranità limitata controllato da un unico gendarme riconosciuto. I guasti di un capitalismo sempre meno umano e produttivo sono stati moltiplicati dall’espansione parossistica dello strapotere finanziario, che con la globalizzazione ha inaugurato l’era delle delocalizzazioni e dell’economia virtuale. L’esplosione dei flussi migratori di massa ha assecondato le aspettative di chi, da molto tempo, esaltava le società multietniche per le loro capacità di dissolvere le “barriere” identitarie e disgregare le appartenenze a gruppi stabili, in nome e per conto di una “società di mercato” la cui pietra miliare è l’individuo. La diffusione degli stili di vita ispirati al consumismo, considerati l’unica tangibile prova dell’accesso ad un mondo migliore (prima di tutto perché emancipato dall’impiccio di regole dettate dalla tradizione), ha propagato ovunque un materialismo pratico che ha ridotto la coltivazione di una dimensione spirituale dell’esistenza a grottesca sopravvivenza di superstizioni fuori moda.
E la consacrazione dell’ideologia dei diritti dell’uomo – ipocrita e a geometria variabile secondo le convenienze del momento – ha sepolto la nozione del dovere verso qualunque entità che trascenda la soggettività individuale, fatto salvo uno strumentale culto formale di istituzioni che vengono considerate democratiche solo fintanto che servono gli interessi delle élites di potere, e quando cessano di farlo, magari per il voto “sbagliato” del corpo elettorale, sono additate alla pubblica esecrazione.
In questo scoraggiante panorama, i “non conformisti degli anni Ottanta” hanno offerto pessima prova di sé. Hanno iniziato alcuni intellettuali di punta formatisi in ambienti di sinistra e largamente predominanti nelle università e nell’editoria, che nel volgere di pochi anni si sono allineati al nuovo Zeitgeist, limitandosi tutt’al più a connotare la loro marcia di avvicinamento a tappe forzate all’ideologia liberale di qualche accento di apertura “sociale”, fornendo una serie disarticolata di versioni progressiste del modello occidentale. E nel loro caso il tragitto non è stato particolarmente disagevole, date le posizioni di privilegio e di prestigio che da tempo detenevano e il favore dell’apparato massmediale che ne ha amplificato esternazioni, conversioni, ripensamenti, prese di posizione. Più accidentato, ma non troppo dissimile nella direzione di marcia, è stato l’itinerario delle molto più esigue truppe che avevano mosso sino ad allora i propri passi in un perimetro convenzionalmente definito “di destra”. Qui, ad attraversare le linee per primi non sono stati i pochi che si erano scelti ruoli di intervento culturale –di fatto, un pulviscolo di soggetti, mai fra di loro troppo coesi, il cui raccordo passava solo dalla collaborazione alle modeste testate giornalistiche “di area” – ma gli esponenti politici, ansiosi di cogliere l’occasione finalmente maturata per riguadagnare il campo della legittimità, da sempre irraggiungibile albero della cuccagna. Per appagare la peraltro comprensibile aspirazione, costoro non si sono fatti scrupolo di abbandonare quasi immediatamente i segni più evidenti dell’imbarazzante diversità coltivata nel tepore della nicchia in cui avevano trascorso decenni, e con lo stesso vigore con cui in precedenza avevano respinto come eretiche le proposte di evoluzione e riflessione autocritica che erano state loro rivolte da navigatori borderline del loro bacino d’utenza, hanno abbracciato la via di ben più decise e spudorate abiure. Gli “intellettuali d’area” li hanno seguiti a distanza, a volte con disagio, a volte con la vana speranza di vedersi riconosciuti ruoli di precursori e mentori.
Sarebbe fuori luogo – non in assoluto, ché anzi una storia di queste transumanze dovrà pur essere scritta un giorno, senza furori ma anche senza compiacenze, ma in questa sede – tracciare momenti e tappe di questo ripiegamento convergente, da sinistra e da destra, verso quel “centro medico” (per dirla con il Cacciari dei tempi belli) liberale che ha fagocitato pressoché ogni velleità di pensiero critico e ha piegato quel poco che ne resta ai propri fini, facendone lo spauracchio delle “nostalgie del totalitarismo” utile a zittire ogni voce di radicale dissenso. Ci vorrebbero troppo tempo, troppo sforzo di memoria, troppa documentazione, troppa cura dei dettagli. Ma quanto mai opportuno è descrivere il punto di arrivo di quel percorso, a cui non si può dare che un nome: l’avvio di un’era della rassegnazione. Rassegnazione a vivere in un eterno presente, nel migliore dei mondi possibili – quello che Fukuyama aveva sottilmente descritto e predetto nell’immagine della “fine della Storia”, che vedeva nel modello politico, culturale e sociale del liberalismo realizzato il non plus ultra del cammino della civiltà umana. Rassegnazione ad accettare, in un primo momento, la mentalità diffusa del nostro tempo come immodificabile, salvo poi, cammin facendo, convincersi che in fondo non è poi così sbagliata: che il consumismo è divertente, che forse la spiritualità è un ingannevole feticcio, che l’orizzonte del vivere è tutto qui e ora, che essere tutti uguali e cancellare ogni segno distintivo fra gli individui – e non fra le persone, concetto troppo impegnativo e complicato – sarebbe più “giusto” che continuare a riconoscersi reciprocamente diversi. Rassegnazione a pensare che, in fondo, a Occidente il mondo è libero da tradizioni, convinzioni e convenzioni che impediscono a ciascuno di comportarsi come più gli aggrada, e occidentalizzare l’intero pianeta non sarebbe male. E, soprattutto, rassegnazione a rinunciare a ogni progetto di modificare lo stato di cose vigente, perché si sa cosa si lascerebbe ma non cosa potrebbe scaturire dal cambiamento.
È per questo che, a sinistra come a destra, anche in ambienti che un tempo si volevano ribelli e radicali, cresce la propensione a condividere pubblicamente giudizi storici su eventi del passato che sono stati per decenni oggetto di accese contese, pensando che una memoria “condivisa” possa favorire compromessi bilateralmente utili sul terreno politico, spartizioni di risorse, alternanze pacifiche e quindi, a turno, vantaggiose. E prosperano le professioni di fede nei valori del politicamente corretto, nella filosofia dei diritti dell’uomo, nell’universalismo omologante. Mentre annoiano, disturbano, appaiono ripetitivi e inefficaci le critiche ai capisaldi dell’ordine vigente. Criticare l’americanismo? È fuori moda. Aprire gli occhi sulle tante forme in cui, dietro le presunte esplosioni del “desiderio di libertà” qua e là per i continenti, si mettono in opera i dispositivi di occidentalizzazione del mondo? Dà un fastidio quasi fisico, puzza di complottismo. Indignarsi di fronte ai crimini che Usa ed alleati perpetrano in nome dei sacri principi che ci assicurano di voler difendere, denunciare le menzogne dietro cui li celano? Sa di litania risaputa. Prendersela con la Nato, con l’Onu, con il profluvio di organizzazioni internazionali che servono realmente solo gli interessi di quella Nuova Classe che Christopher Lasch fustigava? Appare, a seconda dei casi, sconveniente o inutile.
Dopo due secoli fin troppo effervescenti, siamo entrati in un tempo in cui l’orizzonte delle teorie politiche e sociali è integralmente desertificato. All’orizzonte non si profilano modelli alternativi all’esistente. E tutti i segnali di insofferenza che le rivolte, i voti di protesta, le ondate di “indignazione” inviano faticano ad uscire dal recinto di soluzioni già sperimentate. C’è chi ha, con riferimento alla visione del mondo “specialmente forte nell’Europa occidentale” cui sopra facevamo riferimento, ha creduto di individuare nel voto crescente per formazioni politiche populiste un segnale di reazione, poiché quella visione “agli occhi delle popolazioni europee appar[irebbe] ormai sempre più incongrua rispetto ai nuovi scenari interni e internazionali”, e ne ha tratto la conclusione che “le oscure prospettive della crescita economica; il calo demografico e l’invecchiamento con il dubbio futuro dei sistemi pensionistici; l’immigrazione; l’avvento di universi culturali, come quello elettronico-telematico, inediti e pervadenti, profondamente spaesanti; la messa in crisi degli antichi paradigmi della sessualità, della procreazione e della genitorialità: tutto contribuisce a diffondere nella massa dei meno istruiti, dei più anziani, dei soggetti deboli – cioè, nella maggioranza –, un clima di inquietudine, di timori oscuri, di ricerca non tanto di sicurezza quanto di certezze, di valori stabili e riconosciuti”[2].
Può essere. Ma, a parte il fatto che questa rappresentazione dei fatti continua a perpetuare l’immagine di una componente residuale – debole, anziana, meno istruita: una sorta di relitto – portata a resistere a tendenze che, evidentemente, i forti, i giovani, gli istruiti accolgono con favore se non con entusiasmo, quasi che fossero foriere di effetti positivi, il problema è che quelle certezze, quei valori stabili e riconosciuti di cui si parla, nel quadro attuale nessuno è in grado di fornirli. E, parimenti, nessuno indaga la possibilità di battere altre vie. Ci si rassegna. E si punta sul fatto che gli inquieti, i delusi, gli insofferenti, i ribelli, ingabbiati nella logica dell’insuperabilità dello status quo, finiranno per accettare il destino degli animali selvatici rinchiusi in uno zoo: occuparsi giorno per giorno della sopravvivenza, aspettando inconsapevolmente il giorno della fine.

NOTE
[1] Ernesto Galli della Loggia, La frattura culturale, in “Corriere della Sera”, 20 aprile 2011, pag. 1. Il riferimento qui è alle élites che indirizzano l’azione dell’Unione europea, ma ci pare si possa estendere senza abusi al modello generale che le ispira.
[2] Ibidem.

[tratto da Diorama letterario n. 303]

martedì 26 luglio 2011

BUON COMPLEANNO A LA DESTRA (Un articolo di Francesco Storace)

26 lug 2011

Quattro anni fa nasceva La Destra. Sfogliammo il calendario assieme a Teodoro Buontempo e a un gruppo di uomini e donne e ci vedemmo con un notaio per approvare lo statuto della fondazione.
Ricordo con emozione quella giornata del 2007 in cui in molti decidemmo una svolta coraggiosa alla nostra vita. Scegliemmo il 26 luglio e non il 25, che ricordava il tradimento…. E quanti ne avremmo incontrati lungo la nostra strada di traditori….
Ora, quattro anni dopo, siamo gia’ alla vigilia del secondo congresso nazionale, non ne esistono partiti cosi’ rispettosi delle regole. Ci vedremo a Torino, a novembre.
La mente va ai sacrifici compiuti dalla nostra gente. Non e’ stato facile per nessuno resistere alle lusinghe, alle promesse di carriere facili, e se qualcuno di noi oggi e’ nelle istituzioni regionali – Lazio e Campania - e’ perche’ ci abbiamo creduto, abbiamo faticato, ce lo siamo conquistato il diritto a esistere.
Esistere: ce lo negava Gianfranco Fini. Che prima mise il veto a noi e ci fece buttare fuori dal Parlamento; e poi lo mise a Berlusconi. Ma gli e’ andata male all’ex-capo della destra italiana. Noi non siamo morti e il cavaliere e’ sempre la’, a palazzo Chigi. Anche se ammaccato, sta sempre meglio del presidente della Camera, il cui inesistente futuro e’ sotto gli occhi di tutti.
Ora dovremo decidere per il domani. Il congresso sara’ decisivo per noi e non ci potremo permettere di sbagliare. Va ricreata la destra del popolo italiano, che non e’ un miscuglio di estremismi che a furia di rivendicare modelli scandinavi magari si trovera’ a dover spiegare che differenze ci sono con un pazzo che scanna cento persone in Norvegia. No, noi siamo la destra della Patria che non rinuncia alla propria storia e alla propria identita’, e che guarda al futuro puntando ad affermarsi con le armi della democrazia e non con quelle del terrore.
Dovremo scegliere la classe dirigente. E un partito e’ forte soprattutto quando puo’ prescindere dai nomi. Non e’ obbligatorio che sia io a guidare ancora il movimento. Quando lo fondai quattro anni fa, non c’erano i problemi di oggi, si poteva puntare a veleggiare. Questo e’ un partito – come tutti i partiti di destra – ricco di individualita’. Ma quando le individualita’ sfociano nel personalismo, l’errore e’ vicino. Per continuare a guidarlo ho bisogno di avere le spalle coperte da chi punta il mirino all’esterno e non all’interno. Chi pensa di avere avversari nel partito, fa bene a votare un altro segretario. Chi vuole che sia ancora io, lavori al progetto politico e non solamente a se stesso. La base di partenza, per me, e’ chi sta nelle istituzioni. Senza gli eletti – pochi che siano – non si riparte.
Francesco Storace

venerdì 1 luglio 2011

LA PROVINCIA DI ALESSANDRIA AUMENTA L’ADDIZIONALE SULLA RCAUTO:

LA PROVINCIA DI ALESSANDRIA AUMENTA L’ADDIZIONALE SULLA RCAUTO:
3.000.000 EURO IN PIU’ presi dalle tasche di Automobilisti e Autotrasportatori
Approfittando di una delle possibilità offerte da uno dei decreti attuativi del federalismo fiscale, le Province possono mettere le mani in tasca ai cittadini “amministrati” in modo legale e quanto mai certo. La Legge dà facoltà alle Province di aumentare l’addizionale che già si paga sulla Polizza per l’Assicurazione su tutti i veicoli a motore (la RC Auto) ed oggi fissata al 12,50% dell’ammontare del premio pagato fino a un massimo di 3,5 punti in più, cioè fino al 16%.
In realtà la Legge darebbe anche la facoltà di diminuire l’addizionale, ma questa ipotesi non sembra sia allo studio di nessuna giunta Provinciale. La maggior parte sono incerte sull’aumento o no, o meglio sull’entità dell’aumento.
Fra tutte però spicca la Giunta della Provincia di Alessandria che ha deciso di proporre l’aumento massimo: 3,5% in più, per un totale di 3Milioni di €uro in più tolti dalle tasche degli automobilisti e degli Autotrasportatori della provincia di Alessandria. Per Gianfranco Comaschi, assessore al Bilancio della provincia di Alessandria, i 3 milioni che arriveranno dall'aumento dell'imposta sono indispensabili. «Quest'anno – dice – ci siamo trovati davanti un taglio dei trasferimenti statali di 3,4 milioni, la leva fiscale è una scelta obbligata».
"Ma non si era detto di abolire le Province?", si chiede Aldo Rovito, segretario provinciale de La Destra di Alessandria, "anche perchè non si capisce tanto bene a cosa servano, se non ad aumentare la spesa clientelare a creare incarichi e a dispensare consulenze; il danno che questo aumento causerà all'economia della nostra Provincia sarà notevole: tutti coloro che usano l'auto per lavoro ne saranno danneggiati, ma non solo loro: avranno aumento dei costi tutte le aziende di trasporto che immatricolano gli autoveicoli nella nostra Provincia: le conseguenze saranno subite da tutti i consumatori perchè l'aumento delle spese di trasporto, farà aumentare il costo delle merci".

domenica 12 giugno 2011

JOHN PERKINS: Confessioni di un sicario dell'economia

(Pubblico questo articolo, anche senza aver controllato la fonte, perchè lo ritengo molto interessante.)
Il banchiere John Perkins rivela: sono stato arruolato dal governo degli Stati Uniti allo scopo di

risucchiare le ricchezze di paesi poveri. Che un banchiere intitoli le sue memorie "Confessioni di un

sicario dell'economia" è già clamoroso. Ma ciò che il banchiere John Perkins rivela nel suo libro,

"Confessions of an economic hit man" (1) è spaventoso: racconta di essere stato arruolato dal

governo Usa allo scopo di risucchiare a favore degli Stati Uniti le ricchezze di paesi poveri, e

ciò "attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi, attentati e guerre".

Le rivelazioni di Perkins gettano una luce del tutto nuova anche sulle motivazioni dell'invasione

dell'Irak. John Perkins dice di essere stato reclutato quando era ancora studente, negli anni '60, dalla

National Security Agency (NSA), l'entità più segreta degli Stati Uniti, e poi inserito dalla stessa

NSA in una ditta finanziaria privata. Lo scopo: "Per non coinvolgere il governo nel caso venissimo

colti sul fatto". Quale fatto? Abbastanza semplice.

Come capo economista della ditta privata Chas.T.Main di Boston con 2 mila impiegati, Perkins

decideva la concessione di prestiti ad altri paesi. Prestiti che dovevano essere "molto più grossi di

quel che quei paesi potessero mai ripianare: per esempio un miliardo di dollari a stati come

l'Indonesia e l'Ecuador". La condizione connessa con il prestito era che in massima parte venisse

usato per contratti con grandi imprese americane di costruzioni e infrastrutture, come la Halliburton

e la Bechtel (strutture petrolifere).

Queste ditte costruivano dunque reti elettriche, porti e strade nel paese indebitato; il denaro prestato

tornava dunque in Usa, e finiva nelle tasche delle classi privilegiate locali, che partecipavano

all'impresa. Al paese, e ai suoi poveri, restava lo schiacciante servizio del debito, il ripagamento

delle quote di capitale più gli interessi. L'Ecuador, dice Perkins, è oggi costretto a destinare oltre

metà del suo prodotto lordo - cioè di tutta la ricchezza che produce - per il servizio dei debiti

contratti con gli Usa. Ma questo è solo il primo passo. Gli Usa, indebitando quei paesi, vogliono

in realtà "renderli loro schiavi", dice Perkins. All'Ecuador, non più in grado di ripagare,

Washington chiede di cedere parti della foresta amazzonica ecuadoriana per farla sfruttare da

imprese americane. E' questa la logica imperiale.

Tra i massimi successi dei "sicari economici", Perkins rievoca l'accordo riservato fra gli Usa e la

monarchia saudita ai tempi della prima crisi petrolifera negli anni '70. Per gli Stati Uniti, era

necessario tramutare il rincaro del greggio da sciagura a opportunità. La famiglia dei Saud, del

resto, affogava nei petrodollari: le fu proposto di investirli in titoli Usa e in grandi opere. La Bechtel

(chi scrive fu in Arabia all'epoca e può testimoniarlo) ricoprì il reame desertico di nuove città e di

impianti di raffinazione per lo più inutili; la famiglia Saud accettò di mantenere il greggio entro

limiti di prezzo desiderabili per gli Usa, in cambio dell'assicurazione americana che Washington

avrebbe sostenuto il loro potere per sempre.

"E' questo il motivo primo della prima guerra all'Irak", dice Perkins, e dell'intreccio privilegiato di

affari e finanza tra i sauditi e i Bush. Secondo Perkins, gli Usa cercarono di ripetere l'accordo con

Saddam Hussein, "ma lui non c'è stato". Da qui la sua rovina. Perché, dice Perkins, "quando noi

sicari economici falliamo il bersaglio, entrano in gioco gli sciacalli. Sono gli uomini della Cia, che

cercano di fomentare un golpe; se nemmeno questo funziona, ricorrono all'assassinio. Ma nel caso

dell'Irak, gli sciacalli non sono riusciti ad arrivare a Saddam: lui aveva delle controfigure, la sua

guardia era troppo attenta. Perciò si è decisa la terza soluzione: la guerra".

Perkins ha conosciuto personalmente Omar Torrijos, il generale e dittatore di Panama degli anni

'70, morto in un incidente aereo nel '78. Torrijos fu ucciso, spiega Perkins, perché aveva stilato un

accordo coi giapponesi per la costruzione di un secondo canale di Panama, ed aveva ottenuto

dall'Onu nel 1973 una risoluzione che obbligava gli Usa a restituire alla sovranità panamense il

vecchio Canale. Le multinazionali americane "erano estremamente arrabbiate con Torrijos".

Per questo scopo, quando Reagan divenne presidente, gli furono fatti scegliere come ministri due

alti funzionari della Bechtel, Caspar Weinberger alla Difesa e George Schultz - il che rivela molto

sul ripugnante potere degli affari nella politica Usa - per costringere Torrijos con le minacce a

rompere i negoziati coi giapponesi (che stavano soffiando alla Bechtel l'affare del secolo) e di

rinnovare il trattato del Canale di Panama, riconsegnandolo agli americani. Torrijos rimase sulle sue

posizioni: furono mandati in azione gli "sciacalli".

L'aereo di Torrijos, dice Perkins, cadde per un magnetofono che era stato riempito di esplosivo. La

stessa fine di Enrico Mattei. Conclude Perkins: "il denaro che gli Usa adoperano per indebitare i

paesi poveri non è neppure denaro americano. Sono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario

  • a fornirlo". A fornire ai poveri la corda per impiccarsi.

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Note

1. "Hit man" è il sicario prezzolato, il bastonatore assoldato dalla mafia e

dalle ditte americane per picchiare gli scioperanti.

FONTE:

http://www.corsera.it/modules.php?name=News&file=article&sid=20040409156456

http://newsgroup.economia.virgilio.it/newsgroup/thread.jspa?

lunedì 6 giugno 2011

Considerazioni post-elettorali: un appello a tutti coloro che si sentono "di Destra"

‘E indubbio che le ultime elezioni amministrative abbiano deluso anche chi tra noi de La Destra sperava che l’essere rientrati nella coalizione di centro destra avrebbe costituito la medicina buona per farci improvvisamente assurgere a più alti livelli di consenso. Tralasciamo ogni considerazione sui candidati sbagliati, o scelti solo all’ultimo minuto, sui Sindaci che hanno amministrato male e non potevano sperare in una rielezione, o sulle alleanze decise solo all’ultimo minuto, per fermarci al dato evidente: il centro destra esce, per la prima volta dal 2008, sconfitto da una elezione. Il nostro risultato non poteva non risentire dell’andamento generale, non perché fosse sbagliata la nostra posizione politica “di destra”, bensì per altri motivi. Non avendo ancora una solida struttura organizzativa, nel momento in cui il voto d’opinione dal centrodestra si sposta verso il centrosinistra è ovvio che non potevamo intercettare il voto d’opinione; così come l’essere rientrati nell’alleanza con Berlusconi nel momento in cui l’astro di Berlusconi sembra cominciare ad oscurarsi, non poteva certo favorirci.
Ciò non toglie che abbiamo fatto bene ad uscire da Alleanza Nazionale quando Fini stava per scioglierla nel PdL, così come abbiamo fatto bene, Come partito La Destra, a perseguire l’alleanza con il PdL.


Ma oggi, che il Berlusconismo sembra iniziare la sua fase calante, che fare? (storico interrogativo di leniniana memoria).

Potrebbe essere affascinante perseguire la cosiddetta “unità d’area”, ma, non solo l’esperienza mi racconta delle difficoltà sopratutto a livello periferico che si incontrano, a volte anche solo per interloquire con gli amici della Fiamma o con quelli di Forza Nuova (anche se esistono casi, pochi, in cui invece si realizzano ottime collaborazioni), ma ritengo riduttiva una simile prospettiva, in quanto ritengo che in Italia una forza di destra, nazionale, popolare e sociale può aspirare, come in altri Paesi europei (dalla Francia alla Finlandia, alla Svezia, all’Ungheria) a raggiungere il 20 % dei consensi.

Peraltro anche il rincorrere generali senza eserciti, ma con vaste e variegate clientele, come potrebbe essere il richiamo a questo o a quel personaggio ex-A.N., non ci porterebbe più lontano. Il nostro appello va invece rivolto a tutti coloro che, avendo votato PdL o Lega negli anni passati, si sentono ancora profondamente di destra, perché credono ancora nei valori tradizionali della destra, e cioè: Legalità, Ordine, senso dello Stato, come appartenenza ad una Comunità che, essendo Nazionale, è per questo, anche solidale;

dobbiamo riuscire a farci capire dai giovani che non trovano lavoro e pensano di non aver più futuro, dalle donne che, avendo avuto un figlio hanno dovuto abbandonare il posto di lavoro, dai due milioni di anziani che vivono con meno di 500 Euro al mese, da chi un lavoro non ce lo ha e da chi lo ha perso, dal piccolo imprenditore strozzato dalle banche e da un fisco sempre più ottuso, per trasmettere il nostro messaggio di solidarietà tra le generazioni, tra i territori, tra i ceti sociali, per chiedere:

-riduzione consistente delle imposte e semplificazione burocratica per chi ha redditi inferiori a 60.000 €. l’anno;

-tutela delle produzioni italiane, incentivi e meno tasse per chi assume e per chi trasforma contratti precari in contratti a tempo indeterminato, lotta a chi esporta capitali e delocalizza imprese;

- aumento degli assegni familiari per i minori a carico e incentivi economici alle famiglie che assistono in casa un disabile o un anziano non autosufficiente;

-riaffermare il prevalere della dimensione politica su quella economica, per indirizzare a fini di benessere sociale l’impresa, anche in vista di ulteriori necessarie liberalizzazioni, che eliminino tutti i monopoli, sia pubblici che privati;

-riforma presidenzialista dello Stato, per riaffermare il prevalere della legalità e della trasparenza e ridurre i costi della politica abolendo il bicameralismo e riducendo il numero dei parlamentari.

Prendiamo il posto in Italia degli “indignados” delle piazze spagnole. Abbiamo ancora un sogno da trasmettere alle nuove generazioni.
                                                                                      Aldo Rovito