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domenica 12 giugno 2011

JOHN PERKINS: Confessioni di un sicario dell'economia

(Pubblico questo articolo, anche senza aver controllato la fonte, perchè lo ritengo molto interessante.)
Il banchiere John Perkins rivela: sono stato arruolato dal governo degli Stati Uniti allo scopo di

risucchiare le ricchezze di paesi poveri. Che un banchiere intitoli le sue memorie "Confessioni di un

sicario dell'economia" è già clamoroso. Ma ciò che il banchiere John Perkins rivela nel suo libro,

"Confessions of an economic hit man" (1) è spaventoso: racconta di essere stato arruolato dal

governo Usa allo scopo di risucchiare a favore degli Stati Uniti le ricchezze di paesi poveri, e

ciò "attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi, attentati e guerre".

Le rivelazioni di Perkins gettano una luce del tutto nuova anche sulle motivazioni dell'invasione

dell'Irak. John Perkins dice di essere stato reclutato quando era ancora studente, negli anni '60, dalla

National Security Agency (NSA), l'entità più segreta degli Stati Uniti, e poi inserito dalla stessa

NSA in una ditta finanziaria privata. Lo scopo: "Per non coinvolgere il governo nel caso venissimo

colti sul fatto". Quale fatto? Abbastanza semplice.

Come capo economista della ditta privata Chas.T.Main di Boston con 2 mila impiegati, Perkins

decideva la concessione di prestiti ad altri paesi. Prestiti che dovevano essere "molto più grossi di

quel che quei paesi potessero mai ripianare: per esempio un miliardo di dollari a stati come

l'Indonesia e l'Ecuador". La condizione connessa con il prestito era che in massima parte venisse

usato per contratti con grandi imprese americane di costruzioni e infrastrutture, come la Halliburton

e la Bechtel (strutture petrolifere).

Queste ditte costruivano dunque reti elettriche, porti e strade nel paese indebitato; il denaro prestato

tornava dunque in Usa, e finiva nelle tasche delle classi privilegiate locali, che partecipavano

all'impresa. Al paese, e ai suoi poveri, restava lo schiacciante servizio del debito, il ripagamento

delle quote di capitale più gli interessi. L'Ecuador, dice Perkins, è oggi costretto a destinare oltre

metà del suo prodotto lordo - cioè di tutta la ricchezza che produce - per il servizio dei debiti

contratti con gli Usa. Ma questo è solo il primo passo. Gli Usa, indebitando quei paesi, vogliono

in realtà "renderli loro schiavi", dice Perkins. All'Ecuador, non più in grado di ripagare,

Washington chiede di cedere parti della foresta amazzonica ecuadoriana per farla sfruttare da

imprese americane. E' questa la logica imperiale.

Tra i massimi successi dei "sicari economici", Perkins rievoca l'accordo riservato fra gli Usa e la

monarchia saudita ai tempi della prima crisi petrolifera negli anni '70. Per gli Stati Uniti, era

necessario tramutare il rincaro del greggio da sciagura a opportunità. La famiglia dei Saud, del

resto, affogava nei petrodollari: le fu proposto di investirli in titoli Usa e in grandi opere. La Bechtel

(chi scrive fu in Arabia all'epoca e può testimoniarlo) ricoprì il reame desertico di nuove città e di

impianti di raffinazione per lo più inutili; la famiglia Saud accettò di mantenere il greggio entro

limiti di prezzo desiderabili per gli Usa, in cambio dell'assicurazione americana che Washington

avrebbe sostenuto il loro potere per sempre.

"E' questo il motivo primo della prima guerra all'Irak", dice Perkins, e dell'intreccio privilegiato di

affari e finanza tra i sauditi e i Bush. Secondo Perkins, gli Usa cercarono di ripetere l'accordo con

Saddam Hussein, "ma lui non c'è stato". Da qui la sua rovina. Perché, dice Perkins, "quando noi

sicari economici falliamo il bersaglio, entrano in gioco gli sciacalli. Sono gli uomini della Cia, che

cercano di fomentare un golpe; se nemmeno questo funziona, ricorrono all'assassinio. Ma nel caso

dell'Irak, gli sciacalli non sono riusciti ad arrivare a Saddam: lui aveva delle controfigure, la sua

guardia era troppo attenta. Perciò si è decisa la terza soluzione: la guerra".

Perkins ha conosciuto personalmente Omar Torrijos, il generale e dittatore di Panama degli anni

'70, morto in un incidente aereo nel '78. Torrijos fu ucciso, spiega Perkins, perché aveva stilato un

accordo coi giapponesi per la costruzione di un secondo canale di Panama, ed aveva ottenuto

dall'Onu nel 1973 una risoluzione che obbligava gli Usa a restituire alla sovranità panamense il

vecchio Canale. Le multinazionali americane "erano estremamente arrabbiate con Torrijos".

Per questo scopo, quando Reagan divenne presidente, gli furono fatti scegliere come ministri due

alti funzionari della Bechtel, Caspar Weinberger alla Difesa e George Schultz - il che rivela molto

sul ripugnante potere degli affari nella politica Usa - per costringere Torrijos con le minacce a

rompere i negoziati coi giapponesi (che stavano soffiando alla Bechtel l'affare del secolo) e di

rinnovare il trattato del Canale di Panama, riconsegnandolo agli americani. Torrijos rimase sulle sue

posizioni: furono mandati in azione gli "sciacalli".

L'aereo di Torrijos, dice Perkins, cadde per un magnetofono che era stato riempito di esplosivo. La

stessa fine di Enrico Mattei. Conclude Perkins: "il denaro che gli Usa adoperano per indebitare i

paesi poveri non è neppure denaro americano. Sono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario

  • a fornirlo". A fornire ai poveri la corda per impiccarsi.

___________________

Note

1. "Hit man" è il sicario prezzolato, il bastonatore assoldato dalla mafia e

dalle ditte americane per picchiare gli scioperanti.

FONTE:

http://www.corsera.it/modules.php?name=News&file=article&sid=20040409156456

http://newsgroup.economia.virgilio.it/newsgroup/thread.jspa?

domenica 5 giugno 2011

Fondazione CrA al bivio, tra logiche localistiche e ambizioni nazionali

Nel regno di Palenzona si confrontano posizioni divergenti sul futuro dell’ente mandrogno: a partire dalla collocazione del principale asset bancario, promesso in dote ai milanesi. Ma il matrimonio non funziona.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria rappresenta un caso singolare all’interno del panorama delle istituzioni ex bancarie minori, solo per dimensione, della regione. Questa particolarità non va cercata nel rapporto che l’ente alessandrino intrattiene con il territorio di riferimento ma in alcune particolarità statutarie, nella presenza tra i vertici di nomi “eccellenti” anche per lo scenario nazionale e per la passata e attuale gestione dell’attivo patrimoniale più importante della Fondazione, rappresentato dall’omonima cassa di risparmio, che ha fatto storcere il naso a più d’un osservatore.

Il sostegno allo sviluppo economico e sociale del territorio da parte della Fondazione CR Alessandria non manca. Sotto l’attenta guida del Consiglio Generale e del presidente Grand’Ufficiale Pier Angelo Taverna, la Fondazione alessandrina spende, come riporta il bilancio 2009, l’ultimo disponibile, oltre sei milioni di euro in progetti destinati allo sviluppo dei settori rilevanti. Il 45 per cento del totale, pari a oltre 2.700.000 euro, è indirizzato a progetti nel settore dell’arte e dei beni culturali; il 17 per cento – poco oltre il milione di euro – allo sviluppo locale e all’edilizia popolare. Cifre di poco inferiori al milione di euro finanziano progetti per l’educazione e l’istruzione, la salute pubblica e la medicina. In analogia alla consorella astigiana, anche nel caso di Alessandria destano qualche perplessità i soli 190.000 euro devoluti alla ricerca scientifica e tecnologica: l’importante settore ottiene solo il tre per cento del monte finanziamenti.

Forse a causa della maggiore risonanza storica che la città di Alessandria ha avuto nei secoli passati e della centralità geografica all’interno dell’ormai scomparso triangolo industriale, la Fondazione non si limita a svolgere la propria attività in provincia ma, come recita lo Statuto, opera prevalentemente nel territorio della regione. Inoltre, nel caso di interventi ad alto contenuto sociale, purché riconducibili ai settori di cui sopra, può operare anche al di fuori del territorio nazionale, direttamente o in partnership con altri organismi nazionali o internazionali. L’esempio più attinente è rappresentato dalla partecipazione all’Associazione The World Political Forum, fondata dall’ultimo premier dell’Unione Sovietica Gorbaciov, il cui scopo è di favorire i contatti tra gli scienziati della politica.

Nel momento di scrivere le regole di assegnazione delle cariche societarie, lo Statuto dimentica la vocazione regionale o internazionale e conferma lo stretto legame con il territorio. Coloro che sono chiamati a dettare la strategia di gestione della Fondazione sono i quindici componenti del Consiglio Generale, dei quali due sono designati dal Prefetto di Alessandria, altri due dalla Provincia e tre dal Comune. Anche la curia alessandrina ha voce in capitolo: infatti il Vescovo di Alessandria invia un suo rappresentante in Consiglio. Gli otto consiglieri designati dagli enti e forze sociali locali hanno il potere di nominare altri sette consiglieri, cha devono essere scelti tra personalità di chiara e indiscussa fama e competenza. I componenti del Consiglio Generale durano in carica sei esercizi e nominano i componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione, che riveste grande importanza in quanto ha le chiavi della gestione ordinaria dell’istituto. Oltre alla presenza di Taverna, presidente anche del Consiglio di amministrazione, spicca il nome di Fabrizio Palenzona, che dopo essere stato sindaco di Tortona e presidente della provincia di Alessandria, si è lanciato nel mondo dell’alta finanza, ove attualmente riveste le cariche di vicepresidente Unicredit, presidente di Gemina, dell’Associazione concessionarie autostradali, Aeroporti di Roma e, dulcis in fundo, consigliere di amministrazione di Mediobanca.

Come anticipato, risulta particolarmente contrastato il rapporto tra la Fondazione e la banca da cui fu scorporata nel 1991 per effetto della legge Amato, la Cassa di risparmio di Alessandria, che ne rappresenta, forse ancora per poco tempo, l’asset più importante. A fine 1994, Alessandria precorre i tempi e decide di dare il via alle alleanze bancarie tra Piemonte e Lombardia, che quasi mai hanno portato buone notizie per il territorio regionale. La Fondazione CR Alessandria conferisce il cinquantuno per cento delle azioni della banca in Carinord, holding creata insieme all’ex Cassa di risparmio delle provincie lombarde (Cariplo), che detiene la maggioranza azionaria della nuova società, alla Fondazione CR Spezia e alla Fondazione CR Carrara, che conferiscono le loro casse di risparmio. La finanziaria avrebbe dovuto avere il ruolo, nella salvaguardia dell’identità di ogni singola azienda, di programmare e coordinare le attività svolte dalle partecipate, al fine di promuoverne la competitività e i risultati economici e finanziari. Le Fondazioni minori rispetto alla Cariplo, ritenevano che la via dell’aggregazione fosse obbligata, in analogia al comportamento di tante altre banche a quei tempi, ma non hanno mai creduto fino in fondo all’opportunità: in quest’ottica trova la sua motivazione il venti per cento della Cassa di Alessandria che la Fondazione mantiene sui libri contabili. Non tutte le componenti della Fondazione erano d’accordo con l’operazione: nel 1994 il professore Maurizio Cavallari, consigliere della Fondazione, l’assessore comunale Marco Melchiorre e alcuni consiglieri comunali di Alessandria (Andrea Ferrari, Pietro Caramello, Aldo Rovito, Carlo Vergagni e Gabrio Secco) presentarono un ricorso al Ministro del Tesoro in carica, Lamberto Dini, per fare invalidare la delibera di confluenza. In particolare, Cavallari affermò che al momento della delibera del Consiglio, allora presieduto da Gianfranco Pittatore, che diede il via libera al progetto “Carinord”, lui era assente e quindi non ha potuto esprimere il suo voto in qualità di “consigliere incaricato della tutela del patrimonio”. La delibera di adesione a Carinord fu avallata dal ministero e il ricorso respinto in quanto “non è presente il rischio di dispersione del patrimonio”. Il ricorso non fece piacere a Pittatore e agli altri consiglieri che chiesero un risarcimento a Cavallari pari a un miliardo e mezzo di vecchie lire. In effetti un minimo effetto di dispersione del patrimonio si ebbe a causa dell’intervento dell’antitrust e di Banca d’Italia che obbligarono Carinord allo stop quinquennale di nuovi insediamenti di sportelli. Cavallari non era il solo a temere gli effetti dell’operazione Carinord: più o meno nel medesimo periodo temporale anche il presidente della provincia di Massa Carrara Franco Gussoni, quello della locale Camera di Commercio, Giuseppe Tramonti e tre consiglieri della Fondazione Cassa di Carrara, presentarono richiesta di annullamento della delibera di confluenza, ottenendo il medesimo rifiuto ministeriale.

Il progetto non portò i frutti economici e patrimoniali attesi e nel 2003, Banca Intesa, che aveva incorporato Cariplo, vende con molto piacere l’ottanta per cento di Cassa di risparmio di Alessandria alla Banca Popolare di Milano. La Fondazione mandrogna, oltre a mantenere il venti per cento della Cassa, ottiene il 7,3 per cento del capitale della banca milanese, una della maggiori in Italia. Trascorre un anno e la Fondazione, forse per esigenze di cassa, diminuisce la quota detenuta in BPM al due per cento. Manovra miope, anche se con alta probabilità necessaria, perché diminuisce le possibilità di far sentire la propria voce in Consiglio di amministrazione. In conseguenza, dopo aver investito cifre cospicue per mettere a posto la Cassa di Risparmio di Alessandria, gravata da eccessivi rischi e crediti di dubbia esigibilità, la BPM, anch’essa in acque poco tranquille, decide di integrare al suo interno le banche minori per conseguire risparmi di costi. Il piano industriale della banca milanese prevede l’integrazione in due tempi di Cassa di Alessandria entro il 2011. La Fondazione ha deciso di ostacolare i piani di BPM perché non vuole che la sua quota sia diluita in conseguenza dell’incorporazione, ma l’unico risultato conseguito ha visto le dimissioni del consigliere in BPM in quota Fondazione, Francesco Bianchi, per dissidi tra l’operato di quest’ultimo e il mandato che gli aveva affidato l’istituto alessandrino.

La Fondazione CR Alessandria rivolse i suoi interessi oltre provincia, a differenza di altre consorelle quale la Fondazione CR Asti, e ha usato come carta da visita il suo gioiello di famiglia. La via intrapresa non ha portato i frutti sperati per due motivi: il peso specifico che la Cariplo, una della più importanti banche nazionali, rappresentava, e la scarsa fiducia che alcune componenti locali hanno sempre riposto nell’operazione. La conclusione della vicenda, con ampia probabilità, priverà il territorio alessandrino e la regione di un marchio conosciuto e necessario al territorio.
(Da Lo Spiffero del 25 Maggio 2011 - http://www.lospiffero.com/)

sabato 4 giugno 2011

Fassino a Consorte: aspetta a denunciare

Fassino a Consorte: aspetta a denunciare
L’ex ad: «In realtà abbiamo già in mano il 51 per cento»
Gianluigi Nuzzi da Milano
Per portare Unipol e le coop rosse al comando di Bnl, nei momenti decisivi della scalata Gianni Consorte potè contare su «coperture politiche», salde alleanze con i vertici dei Ds, assai interessati ai destini della banca e quindi partecipi. Lo si capisce dalla telefonata intercettata tra Consorte e Piero Fassino, segretario dei Ds, anticipata sabato scorso da Il Giornale e di cui oggi siamo in grado di fornire ulteriori elementi. Ma lo si evince anche dal brogliaccio delle intercettazioni, come quella del 18 luglio con il vice direttore de L’Unità Rinaldo Gianola. Ecco il sunto dal brogliaccio: «Gianni dice che lui ha la maggioranza (di Bnl, ndr), dice di non aver fatto una mossa senza preavvertire la Consob. Rinaldo chiede se Abete ha fatto ”delle porcate“ a favore di Della Valle e degli altri, Gianni dice che si troveranno dei grandi scheletri. Gianni dice che intanto lui inizia a far partire le denunce verso chi l’ha calunniato. Rinaldo chiede se sul fronte politico, Fassino e gli altri, lui sia coperto. Gianni dice sì». La liaison con gli esponenti dei Ds, le coperture emergono in tutta la loro consistenza anche dagli appuntamenti o dalle telefonate intercettate dell’allora presidente di Unipol con esponenti di primo piano della Quercia: D’Alema, Fassino, il tesoriere Sposetti. In particolare, i colloqui registrati sul telefonino di Consorte con Fassino sono cinque per oltre venti minuti complessivi di dialogo. La telefonata della svolta dovrebbe essere quella del 18 luglio. In mattinata, alle 12, Unipol comunica al mercato che, sciolto il cosiddetto contropatto degli immobiliaristi, si prepara a lanciare un’Opa obbligatoria su Bnl in contanti a 2,7 euro. L’Ansa lancia la notizia alle 12.21. Dopo un’ora Consorte si dedica ai suoi rapporti politici. Prima si sente tre volte con il senatore dei Ds Latorre, già assistente di Massimo D’Alema, poi chiama Fassino, che tra l’altro aveva sentito proprio la sera prima alle 23.30. Entrambi sembrano soddisfatti con un Fassino insolitamente diretto: «E allora siamo padroni di una banca?», si lascia scappare e Consorte: «È chiusa, sì, è fatta». Il segretario dei Ds mostra un attimo d’esitazione. Capisce di essersi mostrato troppo euforico al telefono e allora preferisce correggersi: «Siete voi i padroni della banca, io non c’entro niente». Consorte: «Sì, sì è fatta, è stata una vicenda, credimi, davvero durissima... però sai... (parola incomprensibile, ndr)». E Fassino che conviene: «Già, ormai è proprio fatta».
FASSINO, BNL E LE COOP
Il segretario dei Ds vuol però capire bene come verrà gestito il passaggio di quote dal contropatto agli alleati di Unipol. E se c’è certezza del controllo della banca. A Consorte chiede il quadro della situazione: «Alla fine emerge - spiega Consorte - che abbiamo diciamo quattro coop...». Fassino: «E quanto prendono?» Consorte: «Quattro cooperative il 4 per cento». Fassino ancora non conosce i dettagli delle quote che verranno cedute e chiede se il 4 per cento sia per ciascuna cooperativa. Consorte: «No, no, no. L’uno per cento l’una». E Fassino ripete: «Uno per cento per quattro». Consorte: «Proprio così». Fassino: «Queste cooperative che poi sono Adriatica, Liguria, Piemonte e Modena ». Consorte: «Poi ci sono quattro istituti di credito italiani che sono al 12%. Infine banche estere come Nomura, Credit Suisse e Deutsche Bank che hanno l’un per cento, l’altra circa il 14,5». E Fassino attento che ripete: «14 e mezzo». Consorte: «Sì, poi c’è anche Gnutti e Hopa... il 4,99%. Marcellino Gavio e Pascotto... all’1 e mezzo». Fassino sembra come prendere nota: «Insieme?». Consorte: «Certo, e poi Unipol chiude al 15%».
«IMMOBILIARISTI FUORI»
C’è da festeggiare. Consorte indicati i prossimi soci, elenca le conquiste portate a casa. Primo: «Gli immobiliaristi sono totalmente fuori». Ma Fassino interrompe, pensa al futuro: «Tu ora che operazione fai dopo questo?». E Consorte annuncia il lancio dell’Opa, all’epoca previsto per settembre. Fassino sorpreso: «Hai già lanciato l’Opa obbligatoria?». Consorte: «Già, proprio al medesimo prezzo delle cessioni delle azioni degli immobiliaristi». Fassino: «2,7 euro?». Consorte: «Via ogni speculazione, sono trattati tutti uguali. Per legge potevamo fare a 2,55». Fassino: «Bbva cosa offre?» Consorte. «2,52 in azioni, noi offriamo in instant cash». Fassino: «Cazzo». Poi Consorte svela il piano: «In realtà noi abbiamo già in mano il 51%», ovvero la maggioranza ancor prima del lancio dell’Opa. Fassino vuol capire meglio e chiede: «Noi abbiamo il 15 più 4 delle Coop fa il 19 a noi, e come arrivi al 51 tu?». Consorte lo tranquillizza: «Con le banche più...». E il segretario: «Ah sì, questa somma qui, fa il 51 certo». Consorte si mostra ancor più chiaro: «Quelle aziende ci hanno rilasciato un diritto a comprare i loro titoli dietro nostra semplice richiesta se dall’Opa non dovessero arrivare azioni». Fassino: «Ho capito». Consorte: «Quindi noi come Unipol prendiamo comunque il 51». Fassino. «Ho capito». Consorte: «Se invece dall’Opa ci arrivano le azioni, quelli se le tengono». Fassino: «Se tu arrivi al 51 in altro modo loro si tengono quello». Unipol ha già conquistato Bnl: basta lanciare l’Opa con l’ok di Bankitalia. Un bel colpo dell’ingegnere, un’operazione «che nessuno aveva né immaginato né pensato».
I COMPAGNI PARVENU
Ma bloccare la strada agli spagnoli può esser letto come un’azione a difesa degli interessi italiani. Nessun problema: «Abbiamo zittito i parvenu - gongola Consorte - quelli che sostenevano che era un’azione nazionalistica. Eh... ci sono tre banche internazionali: Nomura, quarta nel mondo, Suisse è tra le prime in Europa». Anche qui Fassino guarda più i profili concreti e chiede: «Possibili ricorsi in sede giudiziaria?» temendo magari la via crucis dei lodigiani nella scalata Antonveneta. Consorte ancora tranquillizza: «Noi ad oggi non ne vediamo neanche uno...». Il segretario Ds non si convince, teme qualche ricorso: «Cioè il fatto - riflette - che contestualmente siano avvenute tutte queste cessioni...». Ma Consorte si mostra strasicuro: «Questo è il concerto fra gli alleati con le quote già in mano. Poi l’Opa senza penalizzare nessuno». E Fassino «Bene, bene».
L’ORA DELLA RIVINCITA
Con il 51% già in tasca Consorte vuole qualche rivincita e medita di «denunciare uno per uno» tutti quelli che l’hanno osteggiato con accuse per lui infondate. Ma Fassino pragmatico gli dà consigli, gli indica come muoversi. Lo frena pensando agli obiettivi più importanti da raggiungere: «Prima di denunciare - lo esorta - aspetta. Prima portiamo a casa tutto». Poi con Bnl sotto l’ombrello Unipol se ne riparlerà. Anche perché siamo solo agli inizi. Per Fassino gli imprenditori che sostengono il Bbva «ora si scateneranno ancora di più. Ieri hai visto il... No, ieri non l’hai visto, hai lavorato tutto il giorno. Ieri il Sole ha fatto un’intera pagina contro di me». Per Consorte al foglio della Confindustria guardano la scalata di Unipol in chiave solamente politica: «Questi dicono: cazzo, adesso i Ds, oltre ad avere il mondo delle coop, Unipol, oltre ad avere il Monte dei Paschi, che non è così, hanno anche la banca Bnl. Il ragionamento demenziale che fanno è questo qui».
«COMPORTATEVI BENE»
A Fassino pare importare poco. Insiste invece perché Consorte rimanga concentrato sugli obiettivi. Bisogna portare a casa tutto. E lo stimola: «Va bene e intanto noi lavoriamo, ma perché poi demenziale?». Consorte: «No, noi sosterremo che è demenziale». Fassino ritiene più importante indicare la propria linea politica, e suggerisce come «comunicare» la svolta: «Voi avete fatto un’operazione di mercato, quello che ho sempre sostenuto io. Industriale». Consorte recepisce al volo: «Industriale e di mercato». Fassino: «Esatto, ora dovete comportarvi bene. Preoccupatevi bene di come comunicate in positivo il piano industriale». Il segretario esita tra il «noi» e il «voi»: «Perché il problema adesso è dimostrare che noi abbiamo... che voi avete un piano industriale». Consorte: «No, ma noi l’abbiamo veramente!». E Fassino laconico: «Eh lo so, bisogna farlo».
SALVARE L’IMMAGINE
Serve concordare un piano di comunicazione su questa operazione. Da diffondere come «di mercato e industriale». Allontanando ogni illazione su interessi politici. Fassino: «Fino adesso stanno utilizzando l’idea che era soltanto un problema di accaparrarsi la banca e poi però non sanno cosa farne, non è così». Consorte invece, suggerisce una linea più aggressiva: «Noi invece sosterremo questa tesi: che loro la banca la stavano svendendo». Il segretario è d’accordo. «E anche - incalza l’allora presidente di Unipol - che l’hanno gestita coi piedi deve finire. Lo dirò fra quattro o cinque mesi quando avrò visto dentro. Io adesso dico che era un’operazione che stava svendendo, visti i valori proposti dalla Bbva, la banca agli spagnoli, svuotandola di contenuti perché come tutte le banche, avrebbe portato via tutte le attività qualificate a Madrid e avrebbero ridotto la Bnl a una rete. Con noi invece la banca rimarrà a Roma, gli portiamo un milione di clienti, poi facciamo diventare Unipol una delle prime quattro banche italiane». Fassino non ha nulla da obiettare: «Bene». Il manager: «E dopo ci confrontiamo». Fassino di nuovo: «Bene». E Consorte è rincuorato: «Bene, ero sicuro che si poteva parlare. Grazie». Fassino: «Bene, vediamoci presto ti chiamo per fissare in settimana».

martedì 2 dicembre 2008

Ma a fine mese non ci si arriva... Lettera aperta di Francesco Storace a Silvio Berlusconi

Hai voglia, Berlusconi, a spargere spiccioli alla povera gente. Il problema è ben più serio e si capisce che cosa vuol dire non avere una forza di destra vera al governo
del Paese, che le sue proposte le ha messe nero su bianco nella mozione approvata dal Congresso.40 euro al mese ai più poveri sono fuffa.Rinunciare a lanciare sulla casa un proposta rivoluzionaria come il mutuo sociale è dire che chi non ha continuerà a non avere. Detassare gli straordinari per il privato e non per il pubblico equivale a dividere chi lavora, sfruttando i
primi e penalizzando i secondi (tra cui quei poliziotti e carabinieri a cui dite sempre di impegnarsi per la sicurezza dei cittadini).
Avete promesso di abolire le province e il bollo auto ed è finita che fate gestire il bollo auto dalle province.
Avete di nuovo lasciato il campo agli speculatori dell’acqua, che non volete più pubblica.
Trovate i soldi per dare quattrini ingenti a Gheddafi, ma gli immigrati continuano a sbarcare e le
tredicesime sono sempre più povere.
Negli asili nido e nelle case popolari entrano più stranieri e meno italiani: è questa la giustizia sociale?
No, tutto questo è demagogia, è vecchia storia sinistra che abbiamo già conosciuto nella nostra storia quando con le bandiere rosse si ingannavano i più poveri.
Ora sono diventate azzurre, ma che cambia?
Vai dicendo in giro, per soggezione culturale, che la tua è una politica di sinistra e ci chiediamo perché uno di destra ti debba votare…
Lo hanno fatto e credo che in giro ci sia qualche pentimento.
Noi ti e vi aspettiamo al varco. Non ne possiamo più di farci prendere in giro.
Anche perché,
mentre regali un euro al giorno ai più poveri, il risanatore di Alitalia, Fantozzi, si cucca 15 milioni di euro, dicono….E noi paghiamo. Ma le banche no.
Noi lo diremo il 24 gennaio a Roma. Per la coesione nazionale, contro l’egoismo sociale.
A dire che l’uomo viene prima del lavoro. La persona prima del profitto.
Tu non ci sarai. Sennò Bossi ti molla.
Francesco Storace

martedì 17 giugno 2008

Bce, più ombre che luci.... e BankItalia.....

La storia della BCE (Banca centrale europea), dal Trattato di Maastricht ai giorni nostri. Tutti i retroscena di una vicenda che riguarda tutti, ma di cui ben pochi sono a conoscenza. Ce li racconta Fabrizio Zampieri, economista padovano, consulente finanziario e docente presso numerose imprese e associazioni di categoria.
Con l’Atto Unico del 1986, i Paesi dell’Europa Comunitaria decisero di realizzare la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali; ciò era però ostacolato dall’instabilità finanziaria causata, secondo i governanti dell’epoca, dalla mancanza di una politica monetaria uniforme. Per questa ragione, con il Trattato di Maastricht, nel febbraio del 1992, si decise di portare a termine l’unione economica con l’introduzione di una moneta europea: l’Euro.
L’Euro giunse “fisicamente” nei nostri Paesi il 1° gennaio 2002 anche se era utilizzato, a livello interbancario, già dal 1° gennaio 1999.
A seguito di questa importante decisione venne creata la Banca Centrale Europea (BCE), con sede a Francoforte, quale responsabile della politica monetaria nell’Unione Europea e con obiettivo principale il mantenimento della stabilità dei prezzi.
Le Banche Centrali dei Paesi aderenti all’Unione Monetaria non sono sparite ma continuano ad esistere pur rispettando le direttive impartite dalla BCE. Inoltre, la BCE, insieme alle altre Banche Centrali, forma il cosiddetto “Sistema Europeo delle Banche Centrali” (SEBC).
E qui possiamo rilevare un primo fatto piuttosto preoccupante: le Banche Centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano un’indipendenza dal potere politico variabile tra il 40 e il 65%; attualmente, dopo l’introduzione dell’Euro, l’indipendenza si aggira intorno al 90%!. Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla BCE, dai vertici monetari giungono invece ai nostri governanti continue indicazioni, parametri cui attenersi, rigidi vincoli che coinvolgono l’intera vita e l’economia delle nazioni.
Inoltre, l’art. 4 del Trattato non menziona la BCE tra le Istituzioni della Comunità (Parlamento Europeo, Consiglio, Corte di Giustizia, Corte dei Conti e Commissione); alla BCE però il Trattato conferisce personalità giuridica e lo Statuto ne riconosce la più ampia capacità di agire all’interno di ciascuno degli Stati membri.
Sotto il profilo giuridico-formale, la BCE non è dunque un’Istituzione Comunitaria, ed i singoli Paesi aderenti all’Unione Monetaria non possono interferire in alcun modo con la sua politica economica; essa può quindi fissare a suo arbitrio il livello del tasso ufficiale di sconto (TUS), la quantità di denaro da immettere sul mercato, decidere la disponibilità ed il costo del finanziamento del sistema bancario e qualsiasi altra azione di sua competenza, in modo indipendente (art. 7 del Protocollo SEBC: “Indipendenza”).
Ed in aggiunta, mentre i dibattiti e le sedute della Camera dei Deputati e del Senato sono aperti al pubblico e le sentenze delle Corti di Giustizia devono essere dettagliatamente motivate e pubblicizzate, dall’altra parte, le riunioni del Consiglio Direttivo della BCE sono assolutamente secretate, ed è lo stesso Consiglio che, di volta in volta, decide se pubblicare le proprie delibere, se pubblicarne solo alcune parti, o se non pubblicarle affatto. Oltre tutto questo, i dirigenti della BCE godono di una sostanziale immunità: non sono infatti previste, all’interno della BCE, sanzioni per comportamenti impropri degli stessi dirigenti (art. 12 del Protocollo: “Responsabilità degli organi decisionali”).
Senza esagerazioni, il Trattato di Maastricht ha fatto di loro membri intoccabili di una Società privata ed autonoma, in parte segreta, che condiziona Stati e popoli.
Ne deriva perciò che i singoli Stati dell’Unione Monetaria hanno perso la sovranità monetaria e legislativa in campo monetario, sovranità che sono parti essenziali della sovranità nazionale.
Appurato che la BCE è un “Ente” privato ed autonomo, è ora interessante conoscere chi sono i proprietari e beneficiari di questo sistema di cose:
BANCA CENTRALE EUROPEA -COMPOSIZIONE AZIONARIA-
Banca Nazionale della Germania D 23,40%
Banca di Francia F 16,52%
Banca d’Inghilterra GB 15,98% Paese fuori dall’Euro
Banca d’Italia I 14,57%
Banco de Espana E 8,78%
Banca d’Olanda NL 4,43%
Banca Nazionale del Belgio B 2,83%
Banca Centrale di Svezia S 2,66% Paese fuori dall’Euro
Banca Nazionale d’Austria A 2,30%
Banca della Grecia GR 2,16%
Banca Centrale del Portogallo P 2,01%
Banca Nazionale di Danimarca DK 1,72% Paese fuori dall’Euro
Banca Nazionale di Finlandia FL 1,43%
Banca Centrale d’Irlanda EIR 1,03%
Banca Centrale Lussemburgo LUX 0,17%
Osservazioni:
- Possiamo notare che il 20,36% (oltre un quinto) della BCE è di proprietà di Banche Centrali di Paesi della Comunità Europea che però sono al di fuori dell’Euro. In pratica, queste Banche, oltre ad interferire nelle politiche monetarie della BCE, emettono e gestiscono anche le proprie monete nazionali. Ciò, secondo il mio parere, è palesemente ingiusto e incostituzionale.
BANCA D’ITALIA -COMPOSIZIONE AZIONARIA-
Gruppo Intesa-S. Paolo 44,25%
Gruppo Capitalia-Unicredito 22,12%
Banca Carige 3,96%
BNL 2,83%
Monte Paschi di Siena 2,50%
Cassa di Risparmio di Firenze 1,85%
Gruppo Banca Popolare Italiana* 1,23%
Assicurazioni Generali 6,33%
RAS Assicurazioni 1,33%
Altri Soci 7,93%
Inps 5,00%
Inail 0,67%


- Tra i soci proprietari di Banca d’Italia è presente anche Gruppo Banca Popolare Italiana, ex Banca Popolare di Lodi, legata alle famose e drammatiche vicende finanziarie di Fiorani & C.
- L’art. 3, ultimo comma, dello Statuto di Banca d’Italia, stabilisce che la maggioranza delle quote del capitale sociale deve essere posseduta da Enti Pubblici.
Attualmente, circa il 93% del pacchetto azionario di B.I. è detenuto da Banche private, in palese violazione dell’art.3, di cui sopra.
- Gli stipendi del personale Bankitalia (Banca privata –vedi sopra) sono però a carico dei contribuenti italiani, e sono stipendi enormi: un dipendente della nostra Banca Centrale prende in media 110.000 eur l’anno, contro i circa 66.000 eur di un dipendente della Banca Centrale Americana (FED). C’è quindi da chiedersi perché i cittadini italiani devono pagare in modo così esagerato un servizio che, in definitiva, non viene reso alla Comunità bensì ai veri proprietari (Banche private).
Quindi Banca d’Italia (Banca posseduta al 95% da Banche private) è proprietaria del 14,57% della Banca Centrale Europea, e questo ci fa chiaramente capire che, anche da un punto di vistasocietario, BCE è una Banca praticamente privata, la quale ovviamente persegue in primis obiettivi e scopi privatistici.Non bisogna tralasciare un altro importantissimo aspetto della politica monetaria di BCE; infatti un’altra delle sue funzioni è quella di mantenere stabile il tasso di cambio dell’euro rispetto allealtre valute nel medio periodo; ebbene l’euro è tutt’altro che stabile, anzi è una valuta forte (attualmente il cambio dell’euro rispetto al dollaro è di circa 1,38 –massimo storicodall’introduzione dell’euro-; rispetto allo yen giapponese è di circa 168,70 –altro record storico da 15 anni-; e così via rispetto anche alle altri principali valute internazionali). E non è necessarioessere un economista per comprendere che un euro forte penalizza fortemente le esportazioni (vendite) delle aziende europee. Sono molte le aziende italiane in difficoltà a seguito di questo fenomeno, che hanno registrato ingenti cali di vendite e riduzioni di fatturato, il tutto con graviripercussioni sulla produzione e sull’occupazione.Non sembra quindi BCE stia facendo molto sotto questo aspetto, pur avendone le possibilità, occupandosi prevalentemente di tenere sotto controllo il livello d’inflazione manovrando il tasso ufficiale di sconto. Non dimentichiamo che l’attuale TUS è al 4%, dall’originario 2% al momento dell’introduzione dell’Euro, con un aumento del 100% in pochi anni; ed anche in questo caso non ènecessario essere degli economisti per capire che ad ogni aumento del Tasso Ufficiale di Sconto corrisponde un aumento dell’importo della rata del mutuo o del prestito di un normale cittadino.
Dr. Fabrizio Zampieri economista
Fonte, www.criticamente.it

sabato 26 gennaio 2008

I "pupari" e la riforma della Banca d'Italia

Alcune recenti riforme di economia politica e monetaria, passate abbastanza sotto silenzio o sotto equivoco, indicano chiaramente che si sta costituendo uno stato di polizia e sorveglianza bancaria, a libertà e privacy sostanzialmente limitate, in cui la finanza privata straniera, presente direttamente nel governo e in Banca d’Italia, assume la direzione e la proprietà delle risorse del Paese dietro la facciata delle istituzioni, e procede a una ristrutturazione della società e dell’economia, colpendo le categorie più scomode e critiche e gestendo opportunamente l’informazione।
Gli attacchi, da parte delle istituzioni, alle libertà civili e ai diritti politici dei cittadini vengono portati avanti in vari altri paesi occidentali, ma in ciascun paese con pretesti diversi: in Italia viene giustificato col pretesto del debito pubblico e dell’evasione fiscale; e negli USA con quello del terrorismo e della guerra preventiva
Prendete la riforma dell’art. 3 dello Statuto della Banca d’Italia, fatta con un decreto a firma Napolitano del 16 Dicembre 2006. Con questo decreto, si è accolta la richiesta dei banchieri privati – avanzata già il 31 Maggio 2006 dal Governatore Draghi – di legalizzare una situazione illegale che si perpetuava da decenni, ossia la proprietà privata della Banca d’Italia, una banca che si prende decine di euromiliardi l’anno dallo Stato in cambio del servizio tipografico di stampa delle banconote, il cosiddetto signoraggio monetario. Miliardi che vanno ai soci privati della Banca d’Italia, anche se le norme contabili applicate (I.A.S.) non consentano di esporli in bilancio. Miliardi di Euro che si potrebbero risparmiare, così da ridurre drasticamente le tasse e risolvere il nodo delle pensioni.
La precedente versione dell’art. 3 stabiliva che la proprietà della Banca d’Italia dovesse essere maggioritariamente pubblica, e che le cessioni di quote potessero avvenire solo in favore di soggetti pubblici. Invece, nel 1992, con la privatizzazione delle tre banche Stato dell’Iri (cioè del Tesoro), Prodi – assistito dalla banca d’affari Goldman Sachs – aveva trasferito alla mano privata le quote che queste tre banche (BNL, CREDIT e Banca Commerciale) possedevano in Banca d’Italia. Prodi aveva così portato la partecipazione privata in Banca d’Italia al 95% circa. Per effetto di successive cessioni e accorpamenti, il capitale privato francese aveva conquistato il controllo di una buona fetta di questa quota privata.
La situazione si faceva quindi insostenibile, per la troppo palese violazione della legge nell’interesse dei privati. Perciò bisognava cambiare la legge, ossia l’art. 3 dello Statuto. Draghi, ex vicepresidente della banca Goldman Sachs, lo reclamava. Prodi, autore della privatizzazione delle banche ex Iri, era ben felice di continuare la sua mission e sanare il suo stesso operato. Padoa Schioppa, ex vicedirettore della BCE, che mai poteva avere in contrario? E Napolitano, il quale avrebbe dovuto difendere, anche a costo della vita, i principi fondamentali della Costituzione e tra essi la sovranità popolare sull’economia e sulla moneta? Ha firmato, in silenzio. Del resto, non aveva un gran curriculum come difensore delle libertà: per dirne due, militava nel PCI quando questo era subordinato al PCUS di Stalin e, nel 1956, attaccò chi protestava contro la sanguinosa invasione sovietica dell’Ungheria. E i comunisti di governo? Zitti zitti. Comunisti solo per raccogliere i voti di chi li crede comunisti.
Le tessere del mosaico
Questa riforma è solo una delle tessere del mosaico che i poteri forti vanno componendo, in un disegno che già descrivevamo anni fa (Le Chiavi del Potere, ed. Koiné), e che precisavamo ultimamente (Euroschiavi, ed. Arianna): privatizzazione ed esterizzazione dei centri di potere e dei mercati nazionali – centri economici, finanziari, monopolistici, informatici. Per arrivare a governare e riformare l’Italia dal di fuori dei suoi confini e senza gli intralci della forme democratiche. L’Italia, come si fa con le grandi aziende in crisi e incapaci di risanarsi, viene smembrata e svenduta alla concorrenza, pezzo dopo pezzo, sotto i nostri occhi. Molte forze politiche italiane sono sostenute e sponsorizzate per realizzare questa strategia.
Strategia che è assistita dal potenziamento per legge della dipendenza di cittadini e imprese dalle banche, nonché della capacità delle banche di “tracciare” (leggi: spiare e schedare) tutti i movimenti di denaro: come alcune delle cosidette “liberalizzazioni” di Bersani, che obbligano a passare per la banca e i suoi balzelli per ogni pagamento, e la recente istituzione del SAF, o Servizio di Analisi Finanziarie – una funzione pubblica affidata, ossia donata, alle banche private come già erano state donate la Centrale Rischi Interbancaria e la Centrale di Allarme Interbancaria (quelle su cui le banche ti segnalano come inaffidabile, bloccandoti commercialmente, quando non si fidano di te o ti permetti di contestare le loro pretese).
- Coronata da una presa più forte del governo sulle istituzioni di sicurezza mediante la simultanea sostituzione del capo dei Servizi Segreti, del capo della Guardia di Finanza e del capo della Polizia di Stato (un regime che teme di soccombere perché non riesce a gestire i problemi strutturali tende a proteggersi mettendo le mani sulle forze dell’ordine).
- Sostenuta dal salvataggio finanziario dei partiti politici oberati di debiti da parte di soccorrevoli banchieri amici.
- Cementata da nuovi e più stretti bavagli per giornalisti e magistrati.
- Rassicurata dalla persecuzione fiscale (studi di settore inaspriti) delle categorie sociali elettoralmente resistenti, che spinge molti lavoratori indipendenti a chiudere o emigrare.
- Canonizzata con una riforma della “giustizia” che sottopone i singoli magistrati al potere del Consiglio Superiore della Magistratura, ossia del sindacato dei magistrati (sarà un caso, che magistrati e banchieri hanno in comune il privilegio di autogovernarsi, attraverso il CSM e la Banca d’Italia rispettivamente?)
- Perfezionata dalla monopolizzazione dei servizi pubblici essenziali nelle mani di società private, notoriamente greppie del sottogoverno; e dalla facoltà, per le società pure private che hanno ricevuto in gestione l’esazione dei tributi, di prelevare i soldi direttamente dal conto corrente del cittadino senza passare per il vaglio e l’autorità di un giudice terzo.
Questo, solo per citare alcune delle tessere del mosaico del più grande e sistematico attacco da parte delle istituzioni contro le libertà civili e i diritti politici dei cittadini che si sia mai visto in Italia dal Fascismo in poi.
Per inciso, analoghi attacchi sono portati avanti in vari paesi occidentali, parallelamente; ma in ciascun paese con pretesti diversi (adatti ciascuno alla mentalità dei vari paesi): in Italia viene giustificato col pretesto (perché sia un pretesto, lo spieghiamo in Euroschiavi) del debito pubblico e dell’evasione fiscale; e negli USA con quello del terrorismo e della guerra preventiva.
La riforma dello Statuto della Banca d’Italia è solo una delle tessere del mosaico che i poteri forti vanno componendo: privatizzazione ed esterizzazione dei centri di potere e dei mercati nazionali – centri economici, finanziari, monopolistici, informatici. Per arrivare a governare e riformare l’Italia dal di fuori dei suoi confini e senza gli intralci della forme democratiche
Si sperava in un risveglio, a difesa dei diritti costituzionali, da parte di categorie imprenditoriali e di gruppi politici dell’area della CDL. In effetti, Berlusconi, alla fine della precedente legislatura, aveva impostato una graduale nazionalizzazione della Banca d’Italia. Nazionalizzazione che avrebbe consentito di recuperare decine di miliardi l’anno che oggi doniamo agli azionisti di Banca d’Italia per la stampa delle banconote e per interessi sul debito pubblico, nazionalizzazione che avrebbe permesso di tagliare le tasse. Nazionalizzazione prontamente bloccata dal Governo Prodi.
Quelle speranze sono state vanificate. In questi stessi giorni, gli artisti del mosaico stanno segnando successi decisivi: il 12 giugno 2007 la Camera respinge l’ordine del giorno dell’on. Buontempo volto a sensibilizzare i rappresentanti del popolo circa la piaga anticostituzionale del signoraggio privato. Poi si diffonde una notizia di ancor maggiore peso politico: la Goldman Sachs ha arruolato Gianni Letta, l’abile e inesauribile collaboratore fidato di Silvio Berlusconi. Pare quindi che anche il Cavaliere sia passato alla Goldman Sachs, sia entrato nel mosaico. È possibile che tale conversione sia stata un passaggio necessario per accreditarsi a rimpiazzare a breve Romano Prodi. Parigi val bene una messa. O no?
Sta di fatto che, immediatamente, i proprietari di qualche network vicino alla CDL, che aveva dato spazi alla informazione economica alternativa, alla diffusione della conoscenza del signoraggio e sull’espandersi del dominio di Goldman Sachs sull’Italia, hanno pensato bene di chiudere questi spazi. Intanto, dai vertici di Confapi (la confederazione dei piccoli imprenditori) pare sia stato diramato l’ordine di non parlare più di questi temi monetari e bancari nei convegni dei suoi associati, come nel Veneto e in Lombardia la base e i giovani avevano iniziato a fare.
Nessuna forza significativa sembra oramai rimasta ad opporsi alla colonizzazione bancaria del Paese. Il cerchio si chiude. Oggi, per i malcapitati cittadini italiani. Domani, probabilmente, per i pupi “usati”. Persino per i più svegli tra loro – quelli che, sapendo che cosa fa la differenza tra un pupo e un puparo, sognavano di salvarsi dalla rottamazione diventando banchieri.

(Articolo scritto dall'Avvocato Marco Della Luna autore di "Euroschiavi" da Infoletter di Palmira Russo).

sabato 12 gennaio 2008

Banche, fideiussioni e incentivi per i giovani

Su questo argomento una interessante comunicazione dell'Associazione Nazionale a tutela dei clienti del Sistema Bancario "BNK 209", si può leggere digitando:

http://wpop13.libero.it/cgi-bin/webmail.cgi/Il_circolo_vizioso_del_promettere_per_NON_DARE.pdf?ID=IbnBCcnyfGPMAxF8YN8VYVLohA19gkPqrtHHp0HU8jvIqUP&Act_View=1&R_Folder=aW5ib3g=&msgID=23517&Body=2&filename=Il_circolo_vizioso_del_promettere_per_NON_DARE.pdf


Leggetela e inviatemi dei commenti. Grazie!