martedì 21 ottobre 2008

A proposito della chiusura delle scuole con meno di 50 alunni.

MODESTA PROPOSTA PER PREVENIRE POLEMICHE INUTILI E MAGARI PER RISOLVERE – PARZIALMENTE - IL PROBLEMA DELLO SPOPOLAMENTO E DELL’ABBANDONO DEI PICCOLI COMUNI
PREMESSA

Con l’art. 3 del Decreto n. 154/08 (Definizione dei piani di dimensionamento delle istituzioni scolastiche rientranti nelle competenze delle regioni e degli enti locali) il Governo, agendo per l’attuazione di una normativa voluta fin dal 1998 dall’allora Governo Prodi e dal Ministro Bassanini, avente lo scopo di “razionalizzare” la rete scolastica, cioè ridurre i costi per la scuola, ha voluto rendere inderogabili le norme, ripetiamo varate fin dal 1998, ed ha imposto alle Regioni, tutte sino ad oggi inadempienti, ad ultimare, di concerto con i Comuni interessati i Piani di ridimensionamento delle istituzioni scolastiche, rientranti nelle competenze delle regioni e degli enti locali, in modo che il piano di razionalizzazione della rete scolastica nazionale possa cominciare ad essere attuato per l’inizio dell’anno scolastico 2009/2010.

‘E evidente che l’imposizione di un termine così breve può suonare come un attacco alle competenze delle Regioni ed a tutto il sistema delle Autonomie Locali, se non fosse che l’intervento del Governo si limita a sollecitare un adempimento per il quale Regioni (e i Comuni interessati) avrebbero potuto cominciare a provvedere fin dal 1998, anno in cui fu approvata la norma voluta dal Ministro Bassanini (governo di centrosinistra).
Non serve a nulla, oggi, protestare e strapparsi le vesti, come fa la governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso, o tanti esponenti di sinistra del mondo della scuola, anche sindacali, che in questo giorni guidano la protesta anti-Gelmini, imputandole anche questo attacco alle scuole dei piccoli comuni, dei Comuni montani, delle piccole isole, ecc.

Indubbiamente è strano che un governo di centrodestra, cerchi di mettere in pratica un provvedimento voluto, ma non attuato, né dal Governo di centrosinistra che lo approvò, ne da quelli che si sono succeduti alla guida del paese dal 1998 ad oggi. ‘E strano su questo tema il silenzio della Lega; infatti soprattutto la Lega, ma anche il Pdl, hanno dimenticato gli interessi della gente di Montagna che li ha votati . Per evitare lo spopolamento delle Valli da parte dei giovani e delle famiglie, i piccoli Comuni e le Comunità Montane da anni, con grandi sacrifici ed impegno, mantengono le scuole in loco con la massima economia ed efficienza.
Ancora più paradossale è poi il fatto che i partiti di centrosinistra che quel provvedimento votarono nel 1998, oggi protestino contro l’attuale governo che ne pretende l’attuazione.

PROPOSTA

Premesso quanto sopra e ribadito che comunque le Regioni hanno avuto 10 anni di tempo dal 1998 ad oggi per redigere i Piani di ridimensionamento delle reti scolastiche e che questi 10 anni li hanno sprecati, occorre verificare cosa si può fare in concreto per ribaltare la situazione.
Rileviamo ancora come la chiusura dei plessi scolastici in cui non si raggiungano i 50 alunni, una volta attuata farà risparmiare (quanto?) nel bilancio della P.I., ma scaricherà delle spese sui Comuni e sulle famiglie, ad es. per il trasporto alunni, o per l’ampliamento delle sedi che accoglieranno gli alunni dei plessi chiusi, scaricando sui comuni più deboli spese insostenibili, oltre ad aumentare i disagi delle famiglie e degli scolari.
Occorre inoltre tener presente che i piccoli comuni rappresentano una realtà strategica per il presidio del territorio e la tenuta culturale ed identitaria del Paese e l'imposizione di obiettivi numerici a scala regionale, rischia di creare situazioni di svantaggio rispetto alla piena garanzia del diritto all'istruzione per i cittadini delle aree più marginali, tra le quali molti piccoli Comuni, non solo di montagna, o delle piccole isole, ma anche di tante realtà collinari, o di campagna. Non dimentichiamo la specificità del nostro territorio e la particolare sofferenza di tante aree che i minacciati tagli alle sedi scolastiche contribuiranno ad accentuare, perché la necessità di garantire ai propri figli la possibilità dell'istruzione, senza doverli sottoporre fin da piccolissimi ai sacrifici e ai disagi del pendolarismo, spinge le famiglie ad emigrare laddove il servizio è garantito.
Le scuole dei piccoli Comuni, infatti, non solo rappresentano un servizio essenziale che contribuisce alla permanenza abitativa di famiglie e giovani generazioni, ma sono anche un importante, ed a volte l'unico, presidio educativo e culturale del territorio, in cui svolgono un'opera insostituibile di salvaguardia e sono portatrici di cultura, saperi e tradizioni.
Tutto ciò premesso, noi riteniamo che da parte di tutti gli attori interessati, Regioni, Comuni sedi di plessi scolastici a rischio, Provincie (se vogliono uscire dal grigiore della loro percepita inutilità), istituzioni scolastiche, occorre mettere in campo tutte le risorse di idee e di progetti per rilanciare la funzione dei piccoli Comuni, come sedi di iniziative culturali, ma anche come luoghi in cui, sotto tanti aspetti, la qualità della vita può essere considerata migliore di quella dei grandi centri urbani.
In questo progetto le Regioni hanno un grande potere ed una grande responsabilità, ma anche una grande opportunità: non debbono limitarsi a rivendicare le loro competenze, ma debbono, e possono, agire concretamente. Le Regioni, infatti, sono erogatrici dei fondi per l’edilizia residenziale pubblica attraverso le ATC, e per l’edilizia residenziale agevolata e convenzionata. Ebbene sarebbe sufficiente che le Regioni, destinassero una parte cospicua di tali fondi alla realizzazione di unità alloggiative da assegnare a giovani coppie o a coppie che abbiano figli in età scolare, nei piccoli comuni (non importa se montani o collinari, o di pianura), e chiedessero anche alle Fondazioni Bancarie di indirizzare su tale obiettivo i loro finanziamenti.
I Sindaci di tali Comuni dovrebbero impegnarsi a trovare le risorse per reperire e mettere a disposizione i terreni necessari, a basso costo, non solo, ma anche per assicurare a giovani coppie che volessero fissare la loro residenza nel comune una serie di agevolazioni (anche minime, ma significative, in termini di messaggio promozionale della volontà di accogliere nuovi nuclei familiari, ad es. l’esonero dalle spese per il rilascio della Carta d’identità, l’esonero dal pagamento della Tassa Raccolta Rifiuti per i primi tre anni).
Gli alloggi dovrebbero essere costruiti, secondo ferree norme di risparmio energetico e di rispetto per l’ambiente. La progettazione dovrebbe essere affidata a giovani architetti, all’uopo formati e selezionati dalla Regione. La costruzione, dovrebbe essere affidata, con procedure semplificata a imprese aventi sede in Regione, o, meglio ancora, nella Provincia in cui si realizza l’intervento.
Nell’assegnazione degli alloggi costruiti nei piccoli Comuni individuati nel piano regionale, si assegnerebbe un punteggio maggiore alle coppie giovani e un punteggio ancor più elevato a quelle con figli, anche in relazione all’età di questi ultimi: bambini più piccoli = punteggio più elevato), coppie che abbiano il requisito minimo della residenza in regione da almeno cinque anni e sul territorio nazionale da almeno 10, con ulteriore punteggio preferenziale per chi si sposta dai centri maggiori.
°°°
Riteniamo che si tratti di una proposta molto semplice ed attuabile, con un po’ di buona volontà da parte di tutti; in particolare ci rivolgiamo ai Sindaci dei piccoli Comuni perché la facciano propria e chiedano alle regioni di uscire dalla consuetudine di intervenire solo o principalmente sui grandi centri urbani.
Trieste 23 Ottobre 2008
Andrea Ballauri, consigliere comunale di Varisella (TO)
Massimo Bisio. Vice sindaco di Fresonara (AL)
Angelo Cignatta, Consigliere Comunale di Carrosio (AL)
Aldo Rovito, Consigliere Comunale di Alessandria

L’ex Caserma dei vigili del Fuoco “regalata” agli occupanti abusivi. Dove finiscono legalità e socialità?

“Apprendiamo con “stupore”, dichiara il portavoce Provinciale del partito La Destra di Francesco Storace, l’avv. Aldo Rovito, “della decisione del Presidente Filippi, di regalare, immaginiamo in comodato d’uso gratuito, i locali dell’ex Caserma dei Vigili del Fuoco a coloro che ne hanno fatto oggetto di occupazione abusiva ed illegale”.
“Noi avevamo chiesto che l’immobile fosse messo a disposizione, di concerto con l’ATC e con il Comune di Alessandria, per costruire alloggi di edilizia economica e popolare, per sopperire alla carenza di almeno 600 alloggi di questa tipologia esistente nel solo Comune di Alessandria: la Giunta Filippi intende invece premiare l’ala estrema della sua coalizione, creando così un pericoloso precedente nella nostra Città, ed avallando il ripetersi di episodi di illegalità (occupazione abusiva di alloggi, sfratti bloccati, ecc.), dei quali il Presidente dell’ATC, Gianni Vignuolo, si è già pubblicamente lamentato.”
“Auspico, conclude Rovito, “che all’interno della Giunta, ci sia ancora chi, predicando in continuazione rispetto delle regole e rispetto della legalità, faccia sentire la propria voce e si opponga a questo atto illegittimo e, comunque inopportuno. E l’opposizione, se c’è, batta un colpo!”
A seguito della diffusione di questo comunicato, registriamo solo una presa di posizione della Lega nord, con una dichiarazione del suo presidente Provinciale, Tino Rossi; e gli altri ? PdL in primo luogo?

venerdì 17 ottobre 2008

PECORELLA: Chi era? (chi è?)

Il voto segreto rinforza la memoria?
Tra memoria negata, memoria ripudiata e memoria corta, lo schieramento destro della politica italiana ormai non conosce rivali. Il tempo passa ed i tentativi di dimenticare, di giustificare, di sminuire, addirittura di negare, crescono a dismisura. Allora, è utile che qualcuno si trasformi in dose massiccia di ‘memoril’ perché il tempo non cancelli le azioni ed i pensieri degli uomini politici con un semplicistico colpo di spugna. Appunto perciò SPIGOLI saluta con gioia la ‘trombatura’ di Gaetano Pecorella - fortemente voluto dal Cavaliere come giudice della Corte Costituzionale - e, ‘obtorto collo’, un sentito ringraziamento va ad Antonio Di Pietro ed agli ex ‘compagni’ dell’avvocato-parlamentare di Forza Italia.Non tanto, o non solo, perché il suo percorso politico, prima di approdare alla ‘corte berlusconiana’, risulta alquanto originale. Nella Milano degli anni ’70, era un simpatizzante del Movimento studentesco, ha quindi lambito gli ambienti di Potere operaio, collaborando col servizio giuridico di Soccorso Rosso che prestava aiuto legale e finanziario ai ‘compagni vittime della repressione’, infine fu candidato alle regionali lombarde con Democrazia proletaria.Chi era in quegli anni Pecorella lo raccontava il Corriere della Sera: «Assai vicino al Movimento studentesco, ne condivide le idee, firma manifesti e proteste, ma evita di issare cartelli e striscioni durante le manifestazioni di piazza… indossa la toga e difende quelli che nei cortei agitano i pugni chiusi. Ci sono gli avvocati di Soccorso rosso, di cui è punta avanzata Giuliano Spazzali e c’è il gruppo degli ‘avvocati democratici’: Pecorella detto ‘Nino’, Marco Janni, Luca Boneschi, Gigi Michele Mariani, Michele Pepe» (1).Il sincero ringraziamento all’attuale opposizione parlamentare è motivato soprattutto da un episodio che risulta impossibile cancellare dalla memoria di chi ha vissuto o conosciuto l’antifascismo militante. Siamo nel 1987 al Tribunale di Milano, dopo ben 12 anni si svolge il processo agli assassini di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù milanese ammazzato da militanti di Avanguardia operaia a colpi di chiave inglese ‘hazet 36’, proprio quella lunga ‘appena’ quaranta centimetri. Gaetano Pecorella è l’avvocato difensore di Saverio Ferrari, imputato - e condannato a 5 anni e 6 mesi - per un’aggressione collegata all’omicidio Ramelli, che aveva visto come co-protagonisti alcuni assassini di Sergio, ed aveva causato il grave ferimento di tre ragazzi: Fabio Ghilardi (due operazioni, coma, polmone d’acciaio, epilessia permanente), il 16enne Giovanni Maida (quattro fratture alla mandibola ed una alla spalla) e Bruno Carpi (doppio sfondamento della calotta cranica).Durante l’arringa, il penalista - forte del suo passato politico ed ancora lontano dai banchi parlamentari azzurri - si lasciò andare appassionatamente, come raccontato dalla cronaca giudiziaria di una fonte insospettabile come “l’Unità”: «Quando i diritti fondamentali di una comunità non vengono realizzati, come la messa al bando del MSI, la comunità ha il diritto di riappropriarsi di quei diritti… Togliere agibilità politica e spazi di aggregazione ai fascisti non è un reato, ma la legittima applicazione di un principio costituzionale» (2).Frase che un decennio dopo, Pecorella - folgorato sulla via di Arcore con la sua prima candidatura al Parlamento - ha negato, forse anche perché nel collegio uninominale erano necessari anche i voti degli elettori di Alleanza nazionale: «Una frase che sicuramente non ho mai detto. Primo perché non mi riconosco in quei concetti e in quei termini, secondo perché da avvocato, avrei reso un pessimo servizio al mio assistito» (3).Eppure, Ignazio La Russa - in quel processo avvocato della famiglia Ramelli - appena due anni fa confermava: «Lui fu uno dei pochi che nell’arringa finale ribadì che uccidere un fascista era meno grave. Invece gli avvocati Giuliano Spazzali e Giuliano Pisapia misero da parte la militanza e fecero prevalere le loro capacità giuridiche» (4).Chissà, se tra le decine di voti che questa mattina - nel segreto dell’urna - sono mancati a Pecorella ci saranno state anche le schede del Ministro della difesa e di tanti altri ex missini ed ex camerati di Sergio. Mi piace crederlo…
Faber
1) Corriere della Sera, 22 giugno 19982) l’Unità, 6 maggio 1987(articolo citato nel volume “Sergio Ramelli: una storia che fa ancora paura” curato da Guido Giraudo - Sperling & Kupfer Editori)3) Corriere della Sera, 3 giugno 19984) Magazine Corriere della Sera, 9 febbraio 2006

SAVIANO:rimpiango il PCI ed il MSI che si battevano contro la mafia

Dal Corriere della Sera: Lo scrittore «Sulla criminalità una rimozione bipartisan»
Saviano: dico no alla politica che non parla più di mafia «Mi volevano dal Pd ad An. Ma non posso essere di parte»


ROMA — Roberto Saviano è ancora un ragazzo. E ogni tanto riesce anche a sorridere, con le labbra che si tendono su una faccia sempre più tesa, sempre più pallida. Quando racconta della presentazione di Gomorra ad Helsinki, con lo speaker che lo introduce come «Roberto Soprano», e i finlandesi che sono lì soltanto per via della serie televisiva americana, riesce pure a ridere di «loro». Li chiama così, «loro». I suoi nemici. Come se fosse una questione personale, tra lui e i mafiosi di Casal di Principe che lo hanno costretto ad una vita infame, da animale braccato. Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi. «È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d'animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?» Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione. Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l'autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso. «Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ». Chi è stato il più insistente? «Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda». Promessa mantenuta? «Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra». Altri pretendenti? «Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l'assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell'allontanare gli affaristi collusi con la mafia». Avanti con l'elenco delle avances. «Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l'Udeur prima che si dissolvesse». Destra, sinistra, centro. «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell'antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare». A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo. «Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni». Il più grande? «L'intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l'altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere». Dove vuole arrivare? «Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l'esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l'unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare». E invece? «Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan». Si è chiesto il perché? «È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l'idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente». Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe? «A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto». Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava? «Confesso l'ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All'inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione? «Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge». Se pensa al suo futuro, cosa immagina? «Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno». E la realtà? «Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l'operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l'unica certezza che ho».
Marco Imarisio Lo scrittore «Sulla criminalità una rimozione bipartisan» (dal Corriere della sera)
Saviano: dico no alla politica che non parla più di mafia
«Mi volevano dal Pd ad An. Ma non posso essere di parte»
ROMA — Roberto Saviano è ancora un ragazzo. E ogni tanto riesce anche a sorridere, con le labbra che si tendono su una faccia sempre più tesa, sempre più pallida. Quando racconta della presentazione di Gomorra ad Helsinki, con lo speaker che lo introduce come «Roberto Soprano», e i finlandesi che sono lì soltanto per via della serie televisiva americana, riesce pure a ridere di «loro». Li chiama così, «loro». I suoi nemici. Come se fosse una questione personale, tra lui e i mafiosi di Casal di Principe che lo hanno costretto ad una vita infame, da animale braccato. Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi. «È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d'animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?» Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione. Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l'autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso. «Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ». Chi è stato il più insistente? «Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda». Promessa mantenuta? «Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra». Altri pretendenti? «Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l'assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell'allontanare gli affaristi collusi con la mafia». Avanti con l'elenco delle avances. «Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l'Udeur prima che si dissolvesse». Destra, sinistra, centro. «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell'antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare». A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo. «Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni». Il più grande? «L'intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l'altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere». Dove vuole arrivare? «Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l'esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l'unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare». E invece? «Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan». Si è chiesto il perché? «È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l'idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente». Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe? «A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto». Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava? «Confesso l'ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All'inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione? «Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge». Se pensa al suo futuro, cosa immagina? «Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno». E la realtà? «Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l'operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l'unica certezza che ho».
Marco Imarisio
Fin qui l'intervista.Ora una considerazione personale. La Destra, quando parla di valori, deve, tra i valori da difendere, comprendere anche la lotta alla mafia.Non tanto per il ricordo del passato (il Prefetto Mori, ecc.) ma sopratutto per tutta una tradizione che viene dal MSI e dalle sue battaglie per la legalità che furono anche battaglie contro la mafia. Vorrei qui ricordare Angelo Nicosia, il giudice Borsellino e il giornalista Beppe Alfano, tutti cresciuti alla scuola del MSI e tutti a vario titolo impegnati nella lotta alla mafia. Riprendiamo le loro battaglie!

giovedì 16 ottobre 2008

Anti-Gelmini, ma dove vivete?

Sui muri del Paese dove abito sono comparse delle scritte: «Via i romeni da B.». Ne parlo con la giovane mamma romena che fa i mestieri a casa mia. «No, no, adesso mia figlia è integrata», mi dice. Prima, la bambina (9 anni, bravissima a scuola, forse l’unica che legge libri anche a casa) non era integrata: nel senso che i compagni la minacciavano fisicamente, la angariavano attivamente. Poi la mamma ha parlato alla maestra, e le cose sono migliorate. L’attuale integrazione della scolara romena nella terza elementare di un paesino viterbese consiste in questo: i suoi compagni di scuola italiani non giocano con lei perché non ha abiti firmati. Quando viene interrogata, ridono per la sua pronuncia (ottima, molto più italiana che romanesca). Quando, su domanda dell’insegnante, dice in classe i nomi di mamma e papà, tutti i compagni ridacchiano, e la deridono, perché sono nomi «strani». Una volta, una maestra ha chiesto a tutti di costruire il loro albero genealogico. La piccola romena non ha voluto, perché si vergogna dei nomi dei suoi genitori e nonni. Quando la classe esce per qualche motivo, ogni compagno tiene per mano un altro. Lei, nessuno la vuol tenere per mano. Per fortuna c’è in classe un bambino albanese, che nessuno vuol tenere per mano, e lei va con lui. Quando giocano, lei è esclusa dai giochi, per una intesa corale degli scolari italiani.
Insomma, la «integrazione» della bambina pare consistere dunque nel fatto che, per ora, i compagnetti griffati si astengono dallo sbranarla viva. Quando le mamme vanno a parlare con le insegnanti, le altre mamme non rivolgono la parola alla mamma romena, stanno fra loro ostentatamente. «Non si confondono» con una «serva», per di più «immigrata». Ora che sono apparse le scritte sui muri ho paura che la bambina sia in pericolo. E quindi, vorrei sommessamente chiedere agli insegnanti, ai pedagoghi e ai «progressisti» in genere che rumorosamente difendono i tre insegnanti per classe: possibile che tre insegnanti non vedano che una bambina viene discriminata e mortificata, per motivi ignobili? Che non corrano ai pedagogici ripari? Mi piacerebbe chiederlo ai presidi delle «Facoltà di Scienze della Formazione» che, riuniti in «conferenza», si sono scagliati contro la Gelmini «nell’interesse dei bambini, delle famiglie e del futuro del nostro Paese», ed assicurano: «Il modulo organizzativo della scuola primaria, sancito dalla legge n.148/1990, prevedendo tre docenti su due classi, ha consentito ai docenti stessi un progressivo approfondimento dell’ambito disciplinare insegnato, ed è stata dunque una misura che è andata nella direzione di un irrobustimento dell’alfabetizzazione di base, oltre a garantire una pluralità di punti di vista preziosa per sviluppare l’intelligenza nella molteplicità delle sue forme. Un solo maestro può limitare l’esperienza socio-affettiva degli alunni, che risulta invece arricchita dall’attuale pluralità di figure». Umilmente vorrei domandare: non hanno il dubbio che la loro pedagogia triplice abbia fatto cilecca proprio nello «sviluppare l’intelligenza nella molteplicità delle sue forme», visto che dilaga il bullismo da quattro soldi, prova certa di intelligenze mai sviluppate, del tutto prive di capacità di apprezzare «pluralità dei punti di vista» culturali? Non vediamo altro, negli scolaretti con zainetto firmato, che limitatissima «esperienza socio-affettiva», la primordiale malvagia divisione fra «noi» e «loro», tipicamente tribale. Viene persino il dubbio: magari nella diseducazione enorme, arrogante e stupida che attanaglia la nazione e si manifesta in mille forme - dalle tifoserie agli esultanti fancazzisti Alitalia - c’entra qualcosa la scuola elementare italiota? I pensosi presidi di «Scienze della Formazione» ci insegnano: «In un’economia globale basata sulla conoscenza, lo stato di salute del sistema socio-economico nazionale è legato al tenore delle competenze disciplinari e relazionali acquisiste dalle persone nei percorsi di formazione. Il nostro Paese è di fronte ad una vera e propria sfida dell’istruzione. Per affrontarla con successo occorre assicurare a tutti la padronanza delle conoscenze fondamentali dei saperi linguistici, storici e matematico-scientifici. Tale padronanza può essere garantita solo da un’alfabetizzazione forte fin dall’inizio della scuola primaria».
Sommessa domanda: come mai tanti analfabeti letterali, ma soprattutto morali, già nelle elementari, che ridono perché ci sono compagni di classe coi nomi «strani», e che dovrebbero almeno essere fatti vergognare di questa ristrettezza mentale e ignoranza provinciale? Ancora i presidi scienziati della formazione: «Non è pensabile che un singolo insegnante possa avere un’adeguata padronanza di tutti e tre questi ambiti e delle loro forme d’insegnamento. Occorre un modello combinato di formazione iniziale e in servizio dei docenti che, oltre a garantire la necessaria preparazione pedagogica e didattica, e una cultura di tipo interdisciplinare volta a preservare l’unità del sapere, assicuri l’approfondimento di un ambito disciplinare tra il linguistico, lo storico, e il matematico-scientifico». Si osa chiedere rispettosamente: quello dei tre insegnanti che ha una «parziale specializzazione» nell’«ambito storico», non potrebbe spiegare ai bambini che se il nonno della piccola romena ha un nome che finisce in -u (Popescu, ad esempio, o Ceausescu, o Jonescu, o Codreanu), è perché quei nomi sono di origine latina, e un tempo finivano in -us? E non potrebbe spiegare, il corpo insegnante che voi scienziati avete dotato di «interdisciplinarietà», cosciente delle «competenze disciplinari e relazionali» che devono far acquistare agli scolari con le scarpe griffate «nei percorsi di formazione», che quei nomi sono latini, perché i romeni d’oggi discendono dai legionari romani che l’Impero, dopo la conquista della Dacia, sistemò nelle pianure del Danubio, ciascuno col suo campicello, onde avesse un sostentamento nella vecchiaia e presidiasse, da soldato-contadino, quella zona di confine? Non potrebbe informare i piccoli ignoranti di genitori ignoranti che la lingua romena contiene l’85% di parole latine, ed ha un’identità prestigiosa, antico-romana, che quel popolo ha difeso con orgoglio per secoli di fronte alla marea slava? Altrimenti viene il dubbio che gli insegnanti che le Facoltà di Scienze Formative formano da anni, non siano capaci di alcun «approfondimento dell’ambito disciplinare» loro proprio, sia «linguistico, storico o matematico-scientifico».Clotilde Pontecorvo, docente di Psicologia dell’Educazione all’Università di Roma 1, ha approvato con vigore Mario Lodi, scrittore progressista ed ex maestro che, su L’Unità, ha scritto: «Il grembiule può anche far pensare che i bambini di una certa classe siano tutti eguali, mentre sono tutti e sempre molto diversi». E’ cosciente - chiedo col massimo rispetto - la pedagoga Clotilde che invece, con tutti i loro abitini firmati e costosi, i bambini sono davvero «tutti eguali», nel senso che sono standardizzati dalla pubblicità e dai falsi valori del consumismo, si comportano tutti nello stesso modo, usano lo stesso gergo, vogliono le stesse cose per conformismo feroce, sicchè imporre loro il grembiule è l’inizio di una pedagogia che vieta di notare le disuguaglianze stupide del lusso e della moda, vieta di deridere la povertà? «Di questa diversità che la scuola si deve fare carico e che è senza dubbio uno dei punti di forza della nostra attuale scuola primaria», continua la Clotilde: «la quale è una scuola accogliente, che ha consentito una buona integrazione degli allievi disabili, con la presenza dell'insegnante di sostegno e la riduzione del numero degli alunni per classe (...). Ma il problema nuovo, di cui il ministro Gelmini sembra del tutto inconsapevole, è il grande numero di studenti di lingua e di cultura diversa da quella italiana che sono oggi presenti nella scuola, in particolare nella scuola di base. E che soprattutto nella scuola dell'infanzia prima e poi nella scuola primaria, possono trovare lo spazio comunicativo e il tempo per poter padroneggiare la nostra lingua e la nostra cultura, in cui la presenza di più figure di insegnanti è fondamentale per consentire un dialogo ravvicinato». Scuola «accogliente», psico-professoressa Clotilde? Chieda ad una mamma romena di una bambina che si vergogna di dire i nomi dei suoi nonni per non essere derisa, che i compagni non fanno partecipare ai giochi, a cui non rivolgono la parola. Si domandi se le insegnanti si «fanno carico» di questo problema, se «aprono lo spazio comunicativo» alla piccola scolara che viene da un paese latino, i cui antenati erano soldati di Roma, e magari venivano dalla Tuscia, e i cui padri e nonni hanno combattuto e sono morti sulle nevi russe accanto ai nostri alpini, in un ieri non tanto lontano; magari, ricordare che ci fu tra le nostre nazioni una fraternità nel dolore e nella sciagura, può aiutare i piccoli ignoranti maleducati a rispettare chi, per sventura, deve emigrare.
Mi piacerebbe fare qualche domanda anche a Giancarlo Cerini, che scrive su «Insegnare», rivista di un sindacato di maestri, quanto segue: «Non basta un solo docente per aiutare i bambini ad incontrare la ricchezza dei saperi. E' un'idea povera quella che vorrebbe affidare ad una sola figura il ‘filtro’ dei tanti stimoli che giungono spesso disordinatamente ai bambini (linguaggi, forme espressive, gadget tecnologici, strumenti, riferiti al mondo dell'arte, della musica, delle scienze, della storia, delle lingue, ecc.), ma che vanno riorganizzati, ristrutturati, rielaborati per conoscere la realtà, per comprenderla, per descriverla. Ogni disciplina può diventare una ‘finestra aperta’ sul mondo, non però se viene trasmessa come un corpus statico di conoscenze già date, ma perché ognuna è uno spazio simbolico da percorrere e da agire (ecco la didattica «operativa») maneggiando - di volta in volta - immagini, rappresentazioni, simboli, codici che ‘alimentano’ e ‘vestono’ l'intelligenza (Olson)». Di grazia: come mai il risultato di tutto questo «maneggiare di immagini, rappresentazioni, simboli e codici», è il bullismo di massa, il conformismo vestimentario-pubblicitario infinitamente idiota, ributtante e per giunta impunito? Dov’è, chiedo scusa, la capacità di far diventare «ogni disciplina una finestra aperta sul mondo», se i bambini italioti dimostrano una crescente chiusura e ristrettezza mentale, spiccatamente neo-neanderthaliana? Ma di quale «ricchezza di saperi» va sproloquiando, Cerini Giancarlo? Non basta insegnare, nelle elementari, l’essenziale e il senza-tempo, l’inattuale? Non è necessario soprattutto insegnare le aste e la dignità che si deve al povero, il non giudicare dai vestiti i compagni, la famosa «uguaglianza» di fronte alla legge e a Dio, le vite degli eroi antichi, modello di dignità e di valore per i ragazzini? Magari basta un insegnante a fare da filtro, quando si tratta di insegnare la vergogna per le azioni prepotenti e ignobili e meschine, per lo stupido orgoglio del vestito e dei soldi, insomma le regole basilari della civiltà e del civismo, della cordialità e dell’amicizia. Non mi pare, ahimè, che la triplice docenza sia in grado di «riorganizzare, ristrutturare, rielaborare» i famosi «tanti stimoli che giungono disordinatamente ai bambini». Chissà, almeno per quegli «stimoli» che sono «riferiti al mondo dell’arte, della musica, delle scienze, della storia», uno dei tre insegnanti potrebbe cogliere il destro della presenza in aula di un bambino albanese per ricordare agli altri, gli ignoranti con lo zainetto firmato, una breve storia degli illirici, dicendo magari che Diocleziano era un albanese? O, data la presenza di una bambina romena che viene fatta vergognare della sua origine dagli stupidi che conoscono solo pregiudizi, parlare un po’ di quanto la cultura europea deve a personalità romene d’oggi, come Mircea Eliade, Cioran, Jonescu.Capisco che alle elementari non si parli di Eliade. Ma gli insegnanti sanno chi è Eliade? Le Facolta di Scienze della Formazione ne ha un’idea? Ma nemmeno si chiede tanto. Basterebbe che gli insegnanti elementari si allarmassero, quando davanti alla loro scuola appaiono scritte come «Via i romeni», o «morte agli albanesi», scritte evidentemente da loro scolari. E dessero almeno l’allarme, com’è loro dovere di operatori civili della educazione e della formazione. Perché questo problema è urgente, e ci riguarda tutti. Specie oggi, che i fuochi del consumismo scemo e del superfluo a rate devono forzatamente finire. La crisi, la depressione, sarà decennale, e così la penuria. Bambini educati a considerare «essenziali» telefonini ultima moda e zainetti firmati, cosa faranno quando non se li potranno permettere? Ammazzeranno i pensionati per scipparli e comprarsi la roba, il gadget tecnologico ultimo modello? Stiamo, state educando delle belve, degli esseri rozzi, insensibili al dolore altrui, moralmente bassi, incapaci di vergogna; al più basso livello di civiltà e umanità immaginabile. Magari non è tutta colpa vostra, insegnanti: anche voi siete «educati» dai tempi correnti, da Mediaset, dalle volgarità pubblicitarie, anche voi vivete come «valori» i successi dei Briatore e delle Carfagna, o delle veline. L’Italia è un Paese che, in tutti questi anni di falsità, è stato «abbandonato a se stesso» che ha smesso di sforzarsi per crescere, essere migliore, alzarsi almeno all’altezza dei tempi; ed è ritornato indietro, verso localismi padani o tribalismi napoletani, segno allarmante di regressione. Perciò anche a voi, nessun potere pubblico ha additato ciò che dovete insegnare alla nazione futura: a valorizzare l’onestà, la dedizione al bene comune, la responsabilità non solo verso il proprio stipendio ma verso il futuro della comunità, il sacrificio che nessuno vede, lo studio serio che non va in TV né all’Isola dei Famosi. Ma ora, con la vostra Scienza appresa nelle Facoltà di Formazione, dovete sforzarvi di vedere i tempi mutati, e di prepararne voi e gli scolari. Philippe Frémeaux, un economista, dice che ormai occorre una «visione dell’economia che lasci meno spazio alla cupidigia, alle ineguaglianze, al disprezzo delle conseguenze collettive dei comportamenti individuali» egoistici. Ma come si fa a preparare questi tempi di penuria, serietà e dignità, se voi per primi siete contro il grembiulino uguale per tutti, che copra le «diversità» che si comprano nei negozi, con carta di credito?
Maurizio Blondet – da: www.effedieffe.com, 9 ottobre 2008

Il RAZZISMO antiitaliano di alcuni antirazzisti andrebbe sanzionato.

Ecco le delizie RAZZISTE della societa' multiculturale, impostaci da cattolici e sinistre senza avere mai proposto un referendum:
http://www.verbavalent.com/
Italiani di merda, Italiani bastardiInserito da dacia il Mer, 2008-10-01 13:24 Voi non riuscite nemmeno a immaginare quanto sia difficile per me scrivere, tentando di non ferire le vostre povere sensibilità di piccoli bianchi, totalmente ignoranti del loro passato di carnefici di neri, ebrei e musulmani. Non conoscete nulla di quello che avete nel vostro DNA storico, vi riempite la bocca di ebrei solo per salvarvi la coscienza, raccontando di come gente tipo Perlasca - un fascista di merda che dovrebbe morire mille volte solo per essere stato fascista ed aver sostenuto fossanche per un solo minuto quel regime - ne ha salvato alcuni. Siete un popolo senza futuro perché siete un popolo senza memoria. Me ne fotto degli italiani brava gente. Anzi, mi correggo, me ne fotto degli italiani bianchi e cristiani, naturalmente brava gente. Non lo siete. Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto. Brutti come la fame, privi di capacità e di ingegno se non nel business della malavita organizzata e nella volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie. Anche quando dimostrate un barlume di intelligenza, questa si perde nei rivoli del guadagno facile e del tirare a fregare chi sta peggio di voi. Nessuna delle vostre battaglie ha un senso per altri se prima non produce un tornaconto per voi stessi. Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità. Capaci di raccogliere firme e manifestare, salvo poi smentire con ogni vostro atto quotidiano quello che a grande voce dichiarate pubblicamente. Andate a marciare da soli, che marci siete e marci rimarrete e non vi voglio profumare. Non avete una classe media, siete una penosa e noiosa classe mediocre, incivile e selvaggia. I giornali più venduti sono quelli che trattano di gossip e i programmi televisivi più gettonati - al fine di vendere le proprie figlie come bestiame, come le vacche che sono destinate inevitabilmente a diventare, vista la vostra genia - sono i reality. Avete acclamato qualsiasi dittatore e sottoscritto qualsiasi strage, salvo poi dimenticarvene ed assurgere come vittime di un élite. Non avete un'élite, coglioni, fatevene una ragione: i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi, i vostri capitani d'azienda sono dei progetti andati a male dei centri di collocamento, ma che o avevano buoni rapporti famigliari o il culo l'hanno dato meglio di voi. Non solo quelli al governo (o che fanno capo all'area governativa), anche e soprattutto quelli che fanno capo all'opposizione. Da quelli oggi al governo non ci aspettiamo nulla se non quello che da anni ci danno: razzismo, esclusione, spedizioni punitive, insulti ed umiliazioni. Ma da quelli all'opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali, e sempre sulla nostra pelle, facendoci perdere diritti che ormai davamo per acquisiti, ci aspettiamo che si facciano da parte. Sono ormai troppi anni che deleghiamo le nostre lotte a persone che in teoria dovrebbero averle fatte proprie, dimenticandoci l'infima qualità dell'italiano pseudobianco e pseudocristiano: non vale un cazzo perché non ha valori che valgano.
Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti. Questo mondo non ha bisogno di schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana, non ha bisogno di persone che si inginocchiano a dei che sia chiamano potere e denaro e nemmeno di chi della solidarietà ha fatto business. Ha bisogno di altro, che voi non avete e quindi siete inutili. Dite che non è così? Ditelo ai Rom perseguitati in tutta Italia, ditelo ad Abdoul, ditelo ai 6 di Castelvoturno, ditelo a Emmanuel, ditelo ai gay massacrati da solerti cristiani eterosessuali. Ditelo a mio fratello, bastardi. Ditelo alle decine di persone vere, non zecche e pulci come voi, che non denunciano perché sanno che se vanno dalla vostra polizia bastarda e assassina li umilieranno e magari li picchieranno di più e forse li uccideranno come l'Aldro [ammazzato come un cane perché pensavano fosse un extracomunitario], e se sono donne le violenteranno, e non avranno nessuno a cui rivolgersi per essere difesi. Ditelo a quelli che rinchiudete per mesi nei vostri campi di concentramento senza alcun genere di condanna, solo per gonfiare le casse di qualche associazione che finanzierà un qualche partito, generalmente di sinistra, ditelo a quelli che lavorano per i vostri partiti e sindacati da lustri senza avere un contratto ma in nero, ditelo a quelli che si sono fidati di voi per anni, ditelo a quelli che raccolgono l'ultimo respiro di quei maiali dei vostri vecchi, e a quelli che si sfilano dalle fighe delle nostre ragazze per infilarsi in quelle larghe e flaccide delle vostre donnacce, ditelo ai nostri ragazzi che vincono medaglie e che saranno il futuro di questo paese, ditecelo, figli di puttana. Ditelo col cappello in mano, e gli occhi bassi, cani bastardi. Ma sappiate che la risposta ve l'hanno già data a Castevolturno: Italiani bastardi, Italiani di merda. Io ci aggiungo bianchi, perché il discrimine è questo. Valete poco perché avete poco da dire e nulla da dare. DaciaValent

mercoledì 15 ottobre 2008

La ex-caserma dei Vigili del Fuoco di Alessandria sia destinata a edilizia popolare.

La DESTRA chiede che l’Amministrazione Provinciale di Alessandria, non solo si preoccupi di ristabilire legalità e rispetto delle regole, facendo cessare l’occupazione abusiva dello stabile, già sede della Caserma dei Vigili del Fuoco in via Piave, ma si preoccupi di dare, in accordo con il Comune di Alessandria e con l’Agenzia Territoriale per la Casa, una destinazione d’uso consona ai gravi problemi che la Città di Alesandria attraversa in tema abitazioni.
“Come abbiamo potuto constatare nelle audizioni della Commissione Politiche Sociali, c’è carenza di abitazioni popolari in Alessandria per rispondere alle necessità di circa 600 famiglie, dice il Portavoce Provinciale della DESTRA, Avv. Aldo Rovito, che della Commissione Consiliare è il Presidente, “ma attualmente i programmi prevedono la costruzione di circa 200 alloggi. L’area della ex caserma dei Vigili del Fuoco in via Piave, potrebbe essere destinata alla costruzione di ulteriori alloggi di edilizia popolare attraverso un accordo di programma tra Amministrazione Provinciale, Amministrazione Comunale e Agenzia Territoriale per la Casa. Proporrò al sindaco di farsi carico del problema e promotore di un incontro con gli Enti interessati.”